La vera forza di resistenza del nemico è nel cannone. La sua fanteria non si mantiene che nei punti sui quali la sua artiglieria può battere. Gli austriaci hanno dovuto abbandonare sempre i declivî per reggersi sulle creste. Dove le loro granate non arrivano, la loro difesa sparisce.
La battaglia continuò il giorno 17. Qualche nuova trincea fu presa. Altri duecento prigionieri vennero catturati. Ma la lotta più che di attacco era di consolidamento, di sistemazione, di preparazione. Violente avanzate nemiche scendevano alla notte. Erano respinte. Si combatteva e si lavorava ai bagliori dei razzi illuminanti. Per lunghi giorni è continuata l'azione in episodi, sotto al fuoco dell'artiglieria nemica, che frugava il rovescio delle colline per impedire i rafforzamenti.
Il 9 settembre, nella notte, il combattimento ha avuto una ripresa furibonda. Con un assalto improvviso, un reparto nostro, sulla collinetta di Santa Maria, si è impadronito di un'altra linea di trincee, si è avvicinato alla vetta, sulla quale sorge una chiesuola, ora diroccata. Ma avanti agli assalitori, improvvisamente, balenarono fiamme azzurre, fantastiche, di liquidi infiammabili, l'ultima atrocità scientifica della Germania. Lanciato a lunghi getti, il liquido spento, che non arrivò fino ai nostri, scendeva per il declivio a lunghi rivoletti invisibili e silenziosi, poi al contatto di una capsula incendiaria divampavano di colpo. Ed erano serpeggiamenti inverosimili di luce oscillante e pallida, era un fiammeggiare tortuoso e diafano lungo il pendìo, un saettamento di vampe spettrali, presto estinte perchè la terra assorbiva il liquido, e le fiamme si abbassavano subito. Morivano in un palpito scoppiettante, lasciando tutto intorno uno sfavillare minuscolo di brage, un pagliettìo ardente di fili d'erba accesi. Intanto da esplosioni violente di granate a mano si sprigionava l'acre odore di gas soffocanti, una nebbia che persisteva nella calma della notte. I nostri si fermarono, urlando insulti e sfide: «Vigliacchi! Venite!»
Due giorni dopo si scorgevano nel vallone di Tominski dei reparti austriaci in marcia verso Tolmino. Il nemico non si sentiva più sicuro nemmeno dietro le sue fontane di benzol. Ma la calma per il momento pare tornata nel settore. Qualche duello di artiglierie, alla sera, un crepitìo di fucilate, di tanto in tanto, e lunghe ore di silenzio profondo.
Sulla collinetta conica e verde di Santa Maria, la chiesuola ha perduto il suo campanile. Serviva da posto di osservazione al nemico, i nostri cannoni l'hanno mozzato. Era un campanile rotondo che i nostri ufficiali esitavano a colpire per il dubbio che potesse avere un valore d'arte. Non farebbero del male ad un monumento a costo della vita. Ora il campanile rotondo è un rudero strano, squarciato da una parte, che mostra un interno cavo, annerito dall'incendio delle scale di legno. Un villaggio vicino, Kozarsce, che è stato un punto di appoggio della difesa austriaca, è in rovina. Ma Tolmino è intatta.
Noi lasciamo al nemico l'abominevole prerogativa della distruzione inutile. La città pare deserta, la popolazione, infatti, l'ha fuggita, per le strade nessuno passa, ma alla notte quella solitudine si popola. Tolmino è sempre un grande centro militare, e il rispetto che noi abbiamo per l'abitato finchè la battaglia non ci forza a colpirlo rende ancora agli austriaci abbastanza tranquilla quella residenza, che è sotto le bocche dei nostri cannoni e che potremmo annientare in un'ora. Il combattimento è tutto intorno.
Si vede di qua, verso il fiume, un recinto di muro sfondato, un gran recinto quadrato battuto in breccia dalle granate: è il cimitero. Una trincea di difesa lo traversa, passa fra le tombe, discosta i morti, rovescia croci e cippi, ammucchiandovi sopra i suoi sterri, e fa pensare ad una sepoltura gigantesca preparata. Più indietro, verso il sud, una seconda linea più forte, in cemento, allinea le sue feritoie larghe da mitragliatrice, rasente il suolo. I reticolati stendono per tutto il loro grigiore. Si seguono e si seguono, per la pianura, per i declivî, per le vette, attraverso i campi abbandonati sui quali i raccolti intristiscono; sono miglia e miglia di quel tetro viluppo di fili e di pali che dànno un'impressione di vigneti sterili.
Noi attacchiamo le colline di Santa Maria e di Santa Lucia da ponente, e la città da settentrione. La nostra fronte scende dal Mrzli alle pendici del Vodil e attraversa la valle. Il ponte di San Daniele, di fronte all'abitato, è nostro. È un magnifico ponte nuovo, di cemento armato. Gli austriaci speravano forse di difenderlo, e non lo hanno distrutto. Ma su tutta la lunghezza del ponte avevano ammassato ostacoli di ogni sorta, chevaux de Frise, reticolati, sbarre di ferro, un intreccio fitto al di là del quale si appostavano delle mitragliatrici. Durante il giorno, per qualche tempo, la nostra artiglieria da campagna tirava sulle difese del ponte per spezzarle, e alla notte, sotto a raffiche di piombo, dei pionieri eroici strisciavano fra i due parapetti per far saltare i rottami e sgombrare la strada.
Li conduceva un ufficiale del genio, professore di Università prima della guerra. Partiva calmo, sereno, come quando s'incamminava verso la lezione con dei libri sotto al braccio. Dove nessuno osava andare, dove la morte pareva certa, andava lui solo. Alla notte lui era sul ponte, strisciando, avanzando centimetro per centimetro, sospingendo avanti a sè un tubo di esplosivo. L'ultima volta, quando la strada era quasi tutta aperta, non è tornato indietro. Una palla lo aveva fulminato.