Ora sul ponte si vedono oscuri barricamenti di sacchi che proteggono il passaggio, e in fondo, al di là, una breve trincea si profila. È l'attacco che sbocca, ancora piccolo, ancora incerto, una testa di ponte minuscola e ardita che si affaccia.

Al nord della città, vicino quasi alle ultime case, si solleva in vedetta, isolata, una strana montagna, alta, regolare come una montagnola da giardino pubblico, aguzza, coperta tutta da un bosco, un immane cono di verdura, e che non ha un nome. La chiamano con la cifra della sua altitudine: Quota 428. Gli austriaci hanno costruito in cemento, sulla sua vetta, una torre osservatorio, fatta a colonne per lo stesso principio che ha consigliato di dare alle moderne navi da guerra un albero a tripode. Se fosse una torre piena sarebbe demolita, ma i colpi di cannone passano nel vano fra una colonna e l'altra. È una specie di campanile a giorno, una gigantesca armatura, insolentemente bianca, sulla quale la nostra artiglieria ha infuriato per giornate intere. Gli scoppî avvolgevano la bizzarra costruzione di un fumo denso; si credeva spesso di averla abbattuta, ma quando il fumo si dissipava, l'ostile torre ricompariva intatta. Essa spinge il suo sguardo su tutta la vallata, sorveglia gli approcci da Caporetto, vede i nostri movimenti lungo il fiume.

La Quota 428 è anche una posizione di combattimento, nasconde trincee, e i suoi reticolati scendono fino alla pianura, in mezzo a campi di granturco. Osservando meglio, intorno, ci si accorge di tutta una viabilità sotterranea. Certe siepi lunghe chilometri non sono altro che ingannevoli ripari per nasconderci movimenti d'uomini entro sterminate trincee di incamminamento. I villaggi sono uniti da profondi fossati, che seguono il disegno di un fregio a greca per essere protetti dai colpi d'infilata. Mentre le strade sono deserte e nessun essere vivente si muove nella vallata, entro quei canali delle truppe forse si spostano. Poco più a sinistra sono i nostri incamminamenti, sulla riva del fiume, immensi zig-zag dai bordi bianchi di sabbia appena scavata, i quali conducono lo sguardo verso un grandioso intreccio di trincee sui valloni del Vodil, all'altra riva.

Sui bordi d'ogni balza, le posizioni della difesa; poco sotto, a qualche decina di metri, le nostre, che assaltano, che s'insinuano, che spingono avanti i loro parapetti, con quel sovvolgimento di terra dei formicai calpestati, quando gl'insetti scavano furiosamente la loro strada. Da là veniva più serrato e più sovente lo scoppiettare della fucilata. Tendevamo lo sguardo verso la lotta invisibile, instintivamente, ossessionati dalla paurosa apparenza di deserto del campo di battaglia.

Cercavamo un uomo, lungo gli approcci, sulle trincee, nei villaggi che cadono in rovina, presso ai cascinali senza tetto, anneriti dalle fiamme, cercavamo un uomo la cui vista disperdesse in noi il senso di quella solitudine soprannaturale che diveniva a poco a poco angosciosa come un incubo.

L'EROICA CONQUISTA DI PLAVA.

29 settembre.

L'aspetto di solitudine che assume la guerra, quando l'assalto non si slancia, si addice alle zone selvagge. Abbiamo visto la selva di Plava non molto diversa da come la vedevano i cacciatori di Gorizia, quando la attraversavano in questa stessa stagione cercando nel suo folto il fagiano e il gallo di bosco.

Plava è un piccolo villaggio, ora distrutto dal cannoneggiamento austriaco, che allineava le sue casette ai due fianchi della strada, sulla sinistra dell'Isonzo. Delle abitazioni rimangono quattro mura scoronate, dalle cui finestre pendono rottami di imposte. Per uno di quei capricci che il cannone ha, come il fulmine, una sola casetta è rimasta intatta, bianca, col tetto nuovo. Avanti a Plava era il ponte.