Alle spalle del villaggio cominciavano subito il bosco e la montagna. Intorno, nessun altro centro abitato in vista, non campi, non vigneti. L'Isonzo scorre in quel punto incassato in una gola profonda e melanconica. Su Plava viene a finire un'ultima balza di una catena di alture boscose, il cui dorso, salendo a centina, va quasi fin sopra Gorizia e si culmina nel Monte Santo.

Vista dall'altra riva, la montagna di Plava, ha la forma di una piramide perfetta. Quando però si giunge alla sommità, a 383 metri, ci si accorge che non si è sopra una punta ma al principio di una cresta, la quale declina, poi risale. E intorno si levano tumultuosamente le ondulazioni del massiccio di Bainsizza. Non vi sono che sentieri nella oscurità del bosco; le buone strade corrono soltanto in fondo alla valle dell'Isonzo, ma al Monte Santo si allacciano le reti stradali del Goriziano.

Decisa la formazione di una testa di ponte a Plava, il primo obbiettivo fu la conquista della Quota 383. Il giorno 8 di giugno arrivò l'ordine d'avanzata. Alla sera, per la strada di Vercoglia scesero da San Martino i battaglioni destinati all'operazione, che si nascosero nella boscaglia, presso al fiume. Quando l'oscurità fu profonda, si intravvide un convoglio di cavalli e di carri, silenziosi come ombre, che andavano verso la riva. Erano i carriaggi del parco da ponti. Le ruote e gli zoccoli dei cavalli erano fasciati di stracci; gli uomini calzavano scarpe di corda. Lentamente, il convoglio si portò fino dove la strada fiancheggia il fiume.


Si cominciò la costruzione del ponte. Le barche dovevano essere portate a spalla giù per la ripa precipitosa e attraverso il letto di ghiaia. Non un rumore, non un urto, il ponte si componeva in silenzio. L'altra riva era tutta buia, nera, addormentata. Il lavoro procedeva febbrile e cauto, nelle tenebre, con l'ansia angosciosa del tempo che fuggiva, dell'alba estiva troppo vicina.

L'aurora disegnava già i profili dei monti, e il lavoro continuava. Poco più della metà del ponte era compiuta. Alle tre del mattino, quasi i tre quarti del ponte erano finiti. Ancora un poco, ancora un poco e le truppe sarebbero passate. La costruzione proseguiva ora furiosamente, nella piena luce dell'alba. All'improvviso fu un rimbombo di esplosioni nel greto e i pontieri si trovarono avvolti nel fumo.

Il nemico aveva visto. Bombardava da posizioni imprecisabili. Il ponte, colpito, si sfasciava; le barche di lamiera, sfondate dalle schegge, affondavano. Non v'era un minuto di sosta nel fuoco. Le truppe furono ritirate al coperto, nessuno rimase sulla riva cosparsa di rottami, tempestata dai colpi.

Tutto il giorno durò intenso il cannoneggiamento. Così trascorse il 9 giugno. Venuta la notte, dei drappelli ridiscesero verso la riva.

Si era pensato di traghettare poche forze per formare al di là un primo velo di difesa. Si misero i remi ad una barca e si cominciò la traversata. Passavano venti uomini per volta. Scendevano a poche centinaia di metri dal villaggio. Quando furono sbarcati in una cinquantina, i nostri cominciarono ad avanzare e prendere posizione. Il traghetto continuava. Un sergente, che comandava il primo nucleo, prese con sè un plotone e si avvicinò al villaggio, dove sapeva che doveva trovarsi un posto di vedetta austriaco.

Evitando la strada, camminando a passi da cacciatore, quel piccolo gruppo arrivò alle prime case di Plava. Le circondarono, vi entrarono senza passare per l'uscio. Scavalcarono dei muricciuoli, scalarono finestre, e arrivarono così nelle case vicine; strisciavano, penetravano da un'abitazione all'altra per le vie più imprevedute, in modo che una sentinella piazzata sulla via non potesse accorgersi del loro avvicinarsi. Arrivati sotto ad una finestruola chiusa da sportelli di legno, udirono delle voci d'uomo, all'interno. Parlavano in tedesco. Era lì.