Un colpo violento all'uscio che si spalancò, un'irruzione di baionette basse. Dieci soldati austriaci, con un ufficiale, sorpresi e allibiti, alzavano le mani. Erano in una cameretta a pian terreno raccolti intorno alla luce di una candela. La barca, in uno dei suoi ritorni, portò alla nostra riva il carico dei prigionieri.

Questa cattura ha avuto una grande importanza per le operazioni, perchè ha impedito un primo allarme che avrebbe turbato lo svolgersi dei nostri piani. Il Re ha voluto di motu proprio decorare della medaglia al valore l'ardito sergente, che nel combattimento successivo doveva cadere gravemente ferito. E ferito, egli continuava ad esortare i suoi uomini alla battaglia: «Andate avanti, avanti! Non badate a me!...»

Nella notte del 9 traghettarono circa duecento uomini, per la cui sorte si era preoccupati. Durante tutta la giornata del 10, si stette in ascolto dalla nostra riva, si cercava di penetrare con lo sguardo l'intreccio degli alberi, di vedere qualcuno dei nostri, si aspettava un segnale. Niente. Erano tutti presi? No, erano tutti in ricognizione.

Rampavano audacemente, strisciavano sulla montagna, perlustravano ogni passo, arrivavano presso alla vetta, scoprivano i reticolati, le trincee, raccoglievano dati preziosi. Perchè gli austriaci avevano fatto a Plava preparativi assai più completi di quanto fosse logico aspettarsi.

I nemici non sospettavano la vicinanza di quello sciame di esploratori; andavano, venivano intorno alle trincee, disarmati, sicuri. Le vedette di Plava tacevano, dunque gl'italiani non s'erano mossi. Più volte alcuni dei nostri dovettero girare intorno al tronco d'un albero all'avvicinarsi di soldati austriaci che passavano inconsapevoli pochi metri lontano.


Nella notte stessa del 10 si era tentato un nuovo sistema per gettare sulla riva sinistra un forte reparto di truppe. Non era possibile sostituire subito il materiale da ponte distrutto; ma vi era legname sufficiente per costruire sulla riva una passerella che, appena finita, avrebbe potuto essere varata e assicurata solidamente ai resti in muratura delle testate del ponte distrutto. Il Genio lavorò attivamente, con quell'entusiasmo alacre e grave dei nostri artieri militari, che sono così spesso in prima linea, sotto al fuoco più intenso, a creare valichi ed aprire varchi.

È un eroismo difficile quello del lavoro, perchè deve rimanere freddo, riflessivo. Il combattente può lasciarsi spesso trasportare dalla foga disordinata del suo sentimento, può gridare, può sparare. L'artiere del Genio deve pensare. Ogni suo gesto ha bisogno di precisione e di puntualità. Nel pericolo più grave egli deve agire impassibile come l'operaio nel sicuro laboratorio di un'officina. Il nostro Genio ha gettato quasi tutti i suoi ponti nel pieno del combattimento, alla prima linea, avanti alla prima linea. Dei pontieri cadevano feriti, uccisi, erano sostituiti e il lavoro continuava. Le granate sfondavano le barche di sostegno, sfasciavano il travame, distruggevano l'opera intera, e si ricominciava.

Una passerella sull'Isonzo richiedeva più tempo di quello che le circostanze concedevano. L'alba sorse, e il ponte di fortuna non era finito. Gli osservatorî dell'artiglieria nemica, già in guardia, si accorsero della costruzione e fecero aprire il fuoco. Come al giorno prima, il bombardamento fu violento e preciso. Regolato con esattezza sulla posizione del vecchio ponte, esso colpiva in pieno. La passerella rimase spezzata. Un'altra giornata trascorse nell'inazione forzata, senza nessuna notizia degli uomini traghettati alla sera, e con la certezza di trovare il nemico sempre più rafforzato. Per la forza dell'inevitabile la sorpresa, l'elemento primo di un successo facile e pieno, era mancata. Non so fino a quanto si facesse assegnamento sulla sorpresa, ma è evidente che se fosse stato nelle possibilità umane il compimento del ponte nella prima notte, l'attacco di Plava avrebbe potuto avere nella guerra una influenza profonda, penetrando ben oltre i limiti di una testa di ponte.

Si ricorse, nella notte successiva, ad un altro mezzo. Si fece il così detto «ponte girevole». Il ponte girevole non è altro che una piattaforma sostenuta da due barche, assicurata alla riva con una lunghissima corda e lasciata alla deriva. Con il movimento di un remo messo a timone, per effetto della corrente, la grande zattera, come un pendolo orizzontale, se si può dire così, può andare e venire da una riva all'altra. La piattaforma portava una cinquantina di uomini alla volta. In quella notte, finalmente, due battaglioni passarono.