Ritrovarono sulla sponda sinistra la piccola forza sbarcata la notte prima. Si era trincerata aspettando, e teneva già un lembo di altura. Le informazioni che portò furono di enorme utilità. Venne deciso di attaccare il monte sui due fianchi, lungo due valloni quasi simmetrici che sono uno a destra e uno a sinistra di Plava. L'azione cominciò a giorno chiaro.
La difesa fu violenta ma breve. Si avanzò tra difficoltà gravi ma non insormontabili. Di slancio, le linee di trincee erano prese, successivamente. Si fecero duecento prigionieri. I cannoni austriaci, con un fuoco violento, battevano sopra tutto la spalla del monte, e più giù il paese, il fiume, la riva destra. Sarebbe stato impossibile mandare rincalzi se ve ne fosse stato bisogno. Ma le notizie che arrivavano dal combattimento erano buone. Con perdite lievi l'attacco proseguiva. A mezzogiorno la cima del monte era conquistata.
Subito i soldati, benchè stanchi, si misero al lavoro per fortificare la posizione. Alle trincee prese bisogna rovesciare il fronte perchè servano contro al nemico, il parapetto diventa la spalla e la spalla il parapetto. È un duro lavoro che l'urgenza rende affannoso. I nostri erano intenti a questo consolidamento, quando gli austriaci hanno fatto un ritorno offensivo. Il combattimento si è riacceso; è durato qualche tempo. Un accenno di assalto alla baionetta ha ricacciato indietro i nemici, senza però farli desistere interamente. Essi, probabilmente, non avevano altro còmpito che quello di tenere impegnate le nostre forze. Un movimento assai più grave stava svolgendosi.
Sul declinare del giorno furono avvistate masse austriache in marcia lungo l'Isonzo. Erano due gruppi, uno veniva dal nord e uno dal sud, e convergevano verso Plava. Il nemico tentava l'aggiramento delle nostre truppe sulla Quota 383, tendeva a tagliarle fuori, a isolarle, a occupare la base di sbarco. Esse non potevano difendere la vetta e i fianchi, non bastavano a reggere quel fronte troppo esteso. Era necessario ed era urgente che si raccogliessero, che restringessero la linea del loro spiegamento. Dovettero abbandonare la cima conquistata, ridiscendere alle prime pendici, a proteggere Plava e con Plava le comunicazioni.
Venuta la notte, si rimise in acqua il ponte girevole e cominciò il traghetto di altri battaglioni. Si unirono a quelli che avevano combattuto, costituirono nuove unità di attacco. Il nemico aveva rioccupato in forze le posizioni sulla sommità del monte. La battaglia si annunziava aspra e sanguinosa.
Le truppe erano troppo stanche per iniziare l'azione immediatamente. Anche quelle appena sbarcate avevano bisogno di riposo dopo le notti perdute nella continua attesa. Si stava per chiedere loro un grande sforzo. La mattinata del 12 trascorse tutta in una immobilità ristoratrice. L'assalto cominciò nel pomeriggio.
Si svolse con la stessa tattica del giorno prima. Le forze, divise in due colonne, si impegnarono ai due fianchi del monte, avendo la vetta per obbiettivo comune. Il movimento si era appena iniziato, che un terribile fuoco di artiglieria cominciò a battere le pendici. Era una bufera di cannonate; gli shrapnells arrivavano a raffiche continue, volteggiavano in aria foglie e rami d'albero stroncati dalle esplosioni, il piombo grandinava.
Le batterie nemiche da cui veniva quella bufera di fuoco dovevano trovarsi in parte sulle pendici del monte Kuk, uno dei tanti monti Kuk della regione, distante tre chilometri e mezzo da Plava, in parte sul Monte Santo, dal quale i medî calibri tempestavano. Per questo la nostra colonna di destra, più scoperta, era più battuta. Le perdite si facevano gravi. Non era possibile individuare con esattezza le artiglierie austriache, nascoste, invisibili. L'attacco procedeva sempre, audace, meraviglioso. Ma la necessità di riorganizzare le file troppo provate dal fuoco, diradate, la successione dei comandi per gli ufficiali che cadevano, rallentavano l'avanzata dell'ala destra.
Ad un certo punto le perdite aumentano, la colonna di destra è costretta a sostare. Quella di sinistra, meno colpita, più forte ancora e più agile, è arrivata a contatto con la fanteria austriaca e si precipita all'assalto. Fermata dai getti scroscianti delle mitragliatrici, si ricompone e riassalta. Sette volte consecutive si slancia alla baionetta. Intanto anche l'ala destra prende l'attacco. Ma avanzando dalle larghe basi del monte verso la vetta, lo spazio diminuisce, le file, che erano rade e sparse all'inizio, si sono andate serrando, formano nuclei troppo densi, ammassamenti che offrono una maggiore presa al fuoco incessante dei cannoni nemici e delle mitragliatrici, i proiettili delle quali empiono tutto il bosco di un sibilare metallico. È impossibile continuare. La colonna destra incomincia a ripiegare lentamente.