Il nemico, che sente mancare da quel lato l'attacco, cerca di avanzare incalzante. Accenna al contrattacco, fra gli alberi, preme, si fa minaccioso. L'ala sinistra si sposta, lo arresta, lo ricaccia. Il ripiegamento avviene ordinato, con lunghe soste, la faccia al nemico, e si ferma a mezza costa, ad un centocinquanta metri dalla vetta. Era la sera del 12 giugno.
Delle truppe di rincalzo passarono quella notte. La giornata del 13 trascorse in un lavoro di riorganizzazione. Alla notte seguente si riescì a costruire due passerelle sul fiume. Esse garantivano ogni libertà di movimento, assicuravano le retrovie. Un attacco di grandi masse nemiche, sopra una testa di ponte così ristretta, servita da un solo piccolo traghetto, avrebbe potuto provocare forse una gravissima situazione. I nuovi ponti dissipavano il pericolo.
Il 14 fu ordinato l'attacco per il giorno dopo.
Si era portato un mutamento al piano precedente. Una terza colonna, partendo dalla sinistra e puntando verso Globna — un gruppo di casupole presso l'Isonzo, qualche chilometro a monte di Plava — doveva eseguire un movimento avvolgente dal nord. Ma la battaglia non ebbe sviluppo. La terza colonna trovò alla sua sinistra, presso Globna, dei forti trinceramenti impreveduti, e, presa sul fianco dal loro fuoco, fu costretta a far fronte verso di loro ed attaccarli. Questo impegno la deviò dal suo obbiettivo; essa non potè continuare l'avvolgimento iniziato, si trovò fermata, fuori dalla cooperazione prefissa, impegnata in un'azione laterale e isolata. Appena tale situazione fu nota al comando, l'attacco venne fatto cessare e rimandato, per non affrontare uno svolgimento oscuro.
Fu il giorno appresso, il 16 giugno, la vera, la definitiva, la gloriosa e terribile battaglia di Plava.
Contro a quei trinceramenti di Globna, che pigliavano sul fianco la colonna avvolgente, fu mandato un battaglione per fronteggiarli e permettere così alla colonna di proseguire il suo movimento. Questo battaglione fiancheggiatore si trovò davanti a resistenze formidabili, in un tremendo fuoco decimatore, ma non si mosse; non rallentò la sua pressione sopra la forza nemica che doveva impegnare. Il comandante cadde, il capitano anziano assunse il comando. Questi cadde alla sua volta, il comando passò ad un capitano più giovane. Il terzo comandante pure cadde, e il comando passò. Poi un quarto, poi un quinto comandante del battaglione fu ferito o morto. All'una del pomeriggio sette capi si erano successi. E il battaglione non arretrava di un passo. Il nemico poteva dissolverlo, ma non respingerlo. Era come un muro che si demolisce ma non si sposta. L'ordine era di resistere fino alla morte, e si resisteva fino alla morte.
Nel pomeriggio comandava il battaglione un giovane tenente che lo resse con indomita energia, come se insieme alla eredità del comando fosse discesa da capo a capo la fiera esperienza del grado. Questo tenente è stato promosso per merito di guerra.
L'azione del battaglione sul fianco estremo sinistro liberò e difese quella della colonna avvolgente. L'attacco generale procedeva fra difficoltà terribili. Un cannoneggiamento più vivo, più micidiale ancora di quello del giorno 12, tempestava i nostri, voleva fermarli, aveva l'intensità e il furore di una disperazione, apriva dei vuoti, squarciava, ma non fermava l'avanzata, che ascendeva a piccoli balzi, risoluta, sistematica, eguale. Le perdite più gravi erano sempre per la colonna di destra, battuta dal fuoco del monte Kuk e dal monte Santo. A sinistra l'attacco urtava in un potentissimo trinceramento in calcestruzzo, difeso da mitragliatrici, preceduto da reticolati così forti che le nostre forbici non potevano tagliarli.
Quello che avveniva nel battaglione contro Globna avveniva per tutto. Comandi di battaglione, di compagnia, di plotone erano continuamente sostituiti, quasi tutti gli ufficiali di un reggimento erano caduti, le unità minori si fondevano, e l'assalto andava avanti. Era alla fine un'azione individuale di soldati. Dei soldati semplici hanno assunto il comando di reparti piccoli. Dei sergenti conducevano una compagnia. Lo slancio in avanti non veniva più dalla condotta dei capi, era nel cuore di ogni uomo. «Avanti! Avanti! Per di qua, su!», e la massa proseguiva, riformando da sè i ranghi, attenta agli ordini dei compagni più autorevoli dove gli ufficiali non c'erano più.