Meravigliosa fanteria nostra! Nel nostro esercito mutano le attitudini e le capacità delle varie armi, ma non muta il valore. Il cuore è lo stesso, l'anima è la stessa. Sono l'anima e il cuore della razza. Prodigiosa fanteria nostra! Audace, terribile, generosa, essa è il Popolo italiano. Come ricordare gl'innumerevoli e stupendi episodi di valore sovrumano che formano insieme la storia d'ogni nostra battaglia? Come ricordare i fatti di eroismo quando ogni uomo è un eroe? Il sacrificio leggendario di Pietro Micca non è diventato un atto di tutti i giorni, un gesto che si ripete avanti a tutte le trincee, quando occorre aprire la via dell'assalto attraverso i reticolati del nemico? Non partono tutte le notti le spedizioni dei volontari della Morte? Chi sono questi audaci che vanno ad accendere una miccia con l'ultima scintilla della loro vita? Non si distinguono più, hanno un nome solo, sono una cosa sola: sono l'Esercito.
Da ogni parte, quel giorno, sulla montagna di Plava, il nostro assalto, in un uragano di piombo, arrivò di fronte a reticolati che non si potevano tagliare. Non si era ancora trovato il sistema dei tubi esplosivi, e le forbici si spezzavano sui grossi fili di acciaio. I nostri tentarono con le mani di svellere i paletti, ma era impossibile, e non si resisteva due secondi in piedi, a dieci passi dalle mitragliatrici nemiche. Ma i nostri rimanevano là, contro la barriera, ostinati, furenti, fucilando le feritoie, tenendo a bada il nemico mentre studiavano il modo di raggiungerlo, di varcare l'inestricabile ostacolo.
Non potendo passare nè attraverso il reticolato, nè sopra, passarono sotto. Scavarono la terra, fecero dei solchi, strisciarono col dorso sulle spine di acciaio dei fili più bassi. Si adunarono a piccoli gruppi di quattro, di cinque, al di là, incastrati sotto agli ultimi intrecci della siepe di ferro. Poi balzarono in piedi e si gettarono contro alle trincee scoperte, impegnando una lotta a corpo a corpo. A questa vista gli altri, quelli che non erano passati, non si tennero più, e incominciarono a scalare il reticolato, appoggiandosi ai paletti, appoggiando il piede all'incrocio molleggiante dei fili, facendosi poi porgere i fucili lasciati ai compagni che aspettavano indietro. In un momento i reticolati furono tutto un formicolìo lento di uomini sospesi, un gesticolamento confuso e pacato, sul quale passavano dei fucili, da una mano all'altra, da una parte all'altra.
Scavalcata la barriera, appena a terra, senza contarsi, i nostri si gettavano successivamente nella mischia urlando. L'attenzione del nemico era stata sorpresa e deviata dal primo comparire incomprensibile di soldati italiani addosso ai parapetti. Quell'urlìo, la visione della massa sui reticolati, finì per atterrirli. La difesa era estinta dalla terribile e implacabile audacia dell'assalto più che dalla lotta. Le trincee caddero, il grido dell'evviva passava su tutte le posizioni.
Era il tramonto. Le trincee austriache non coronavano la cima, erano costruite un poco più giù per poter avere un maggiore sviluppo. Bisognava occupare la vetta, ma era tardi. Una riorganizzazione si imponeva prima di procedere oltre, dove il bosco manca e si avanza scoperti sopra una cresta pratosa. Fu deciso di aspettare l'alba. Ma un centinaio di uomini, appartenenti a diverse compagnie, senza ufficiali, avendo la volontà sola per comando e l'accordo per disciplina, portati dalla foga della lotta, avevano proseguito, soli, ignari della sosta; tornarono indietro nella notte. È un episodio minuscolo ma significativo, che descrive lo spirito del soldato nostro, il suo istinto della guerra, la sua indifferenza al numero, il suo senso di autonomia. Quando la battaglia spezza le sue formazioni e abbatte i suoi capi, quando si sbanda, si sbanda in avanti.
Siamo alla mattina del 17 giugno. Gli austriaci hanno ricevuto rinforzi numerosi durante la notte e si preparano al di là della vetta. Il nostro attacco è iniziato dalla colonna di sinistra. Appena i nostri sbucano dal bosco, il contrattacco austriaco si precipita. È formidabile, si tratta di una massa che si precipita con l'audacia di chi si sente superiore. Ma la battaglia è breve. Si è impegnata appena, che alla sua volta la colonna di destra emerge dal folto degli alberi. Prima che il nemico possa distaccare forze per trattenerla o fare una conversione per fronteggiarla, la nostra destra si slancia alla baionetta e lo assalta sul fianco. È stata la fuga, è stata la rotta, è stato lo sbandamento indietro. In altri tempi questo solo fatto avrebbe potuto costituire la vittoria definitiva di una guerra. Ma ora, un fantaccino sulla prima linea vive in un mese tutti i rischi, tutti i pericoli, tutti gli eroismi di un veterano della Vecchia Guardia.
Alle otto e mezzo del mattino la vittoria era completa. Avevamo la vetta di Plava definitivamente nostra. La lotta si riaccese poi ad intervalli. Truppe nemiche affluirono, le vicinanze si coprirono di trincee, delle artiglierie si concentrarono. Il giorno 19 subimmo due contrattacchi notturni. Il 20 tre contrattacchi notturni. Anche con forze superiori il nemico non si muove più che alla notte, ha perduto ogni fiducia nei contrattacchi dell'alba. Il 29, sempre di notte, contrattacco di masse, con artiglieria e mitragliatrici. Ogni tentativo austriaco è inutile. Ma la sua preparazione difensiva rende pure inutile qualsiasi azione nostra, anche di grande stile e con grandi forze, per allargare la testa di ponte, o meglio per servirci della testa di ponte al fine di irrompere e spingere l'offensiva verso obbiettivi più vasti e lontani.
Lentamente, un piccolo allargamento della testa di ponte è avvenuto. Dal 20 al 30 luglio abbiamo ripreso l'offensiva. Il cuneo del nostro fronte parte adesso da Globna e da Zagora, e copre bene gli allacciamenti sul fiume. Il sei agosto, l'otto, il dieci, il dodici, furibondi contrattacchi nemici si sono sferrati. Ora è la stasi, una stasi con cannoneggiamenti, fucilate, granate a mano, ma l'azione manca.
Verso Zagora, al sud, le trincee avversarie sono così vicine che, come sulla cresta di Luznica, le divide un solo reticolato comune. Da una posizione all'altra i soldati si lanciano ingiurie e bottiglie vuote. Da lì si vede, non lontano, il rovescio lungo e cupo del Sabotino, sulla cui cresta altre trincee nostre avanzano. E quasi di fronte a Zagora, all'altra riva del fiume, si vede a poche centinaia di metri la gran bocca nera della seconda galleria della strada ferrata Gorizia-Klagenfurt, melanconica strada tagliata tutta nei fianchi umidi della montagna, e le cui rotaie sono diventate rosse di ruggine.