Cominciò Villanova a suonare a stormo. Le chiese di Manzano, di Trivignano, di Palmanova risposero. Tutti i campanili si destavano, successivamente. Era la voce del Paese, la voce della Terra, la voce della Patria, che mandava alle truppe il suo saluto, l'inno antico delle sue feste, la musica della sua tradizione. E lo scampanìo a martello dava all'ora indimenticabile una augusta solennità religiosa.
Da quel momento l'Italia era più grande.
Lunghe nuvole di polvere sorgevano basse, a strisce, mettendo qua e là dei veli sulle piantagioni, avvolgendo villaggi, dissipandosi per risorgere più vicino: erano artiglierie in marcia, convogli a cavallo e a motore, il cui rombo si spandeva sommesso e continuo, come un fremito di tutta la piana.
L'antica, la vergognosa frontiera era cancellata.
Più faticosa, ma egualmente esatta fu l'avanzata sui monti. Fuori di ogni strada, fuori d'ogni sentiero, portando nel pesante zaino viveri e munizioni per lunghi giorni, portando sulle spalle anche la legna per cuocere il rancio, anche la paglia per dormirvi sopra, i nostri atletici alpini, coadiuvati in alcuni punti da bersaglieri, da militi della Finanza, esploratori arditi e infaticabili, andarono avanti da vetta a vetta.
Hanno la tattica dell'aquila. Vanno da una cima all'altra, da una punta all'altra. Si annidano sulle sommità, e non c'è forza che potrebbe sloggiarli. Non temono l'isolamento. Fanno di ogni vetta occupata una fortezza inespugnabile. S'inerpicano, s'insediano, si trincerano, e per le valli che essi dominano il grosso marcia al sicuro e si sgrana come un formicaio.
Si videro le cime austriache coronate da loro, una dopo l'altra: il Monte Corada, il Monte Cuk sulle creste del Colovrat. Sul profilo di posizioni altissime, che si supponevano fortemente protette, al di sopra della gran coltre dei boschi, si scorse dopo mezzogiorno il brulicare delle nostre avanguardie. Subito, al primo giorno, ci insediammo in faccia alle fortificazioni nemiche.
Avanzando sulla pianura, le nostre truppe scacciarono avanti a loro i piccoli nuclei austriaci, che abbandonarono in fuga i loro barricamenti, le trincee di arresto, le abbattute d'alberi, tutte le difese preparate all'entrata dei villaggi e ai punti favorevoli. Ritirandosi il nemico faceva saltare i ponti. Le avanguardie italiane vedevano brillare le mine, una vampa, un getto di macerie, una colonna di fumo e di polvere, e le detonazioni spandevano il loro rombo sinistro. Anche un ponte dei più importanti per l'azione era minato, quello sullo Judrio, ma il precipitarsi dei nostri esploratori lo salvò. Era il ponte di confine.
È un ponte di legno, pittoresco, angusto e lungo, che le sponde alte sovrastano chiudendolo come fra due muri di verdura. Per risalire facilmente la riva, le batterie lo passavano al galoppo. I cavalli sferzati si slanciavano, e in un grido impetuoso di «Viva l'Italia!», in uno scalpitìo pesante sul tavolato che tremava tutto, in un tuonare di ruote, in un frastuono d'acciaio, i cannoni sì avventavano.