Come tutto prova l'iniquità della frontiera che abbiamo cancellato! Come ogni cosa è italiana al di là! Vi è l'impronta nostrana sulla terra, nel paesaggio, nella natura. Le vegetazioni come gli uomini gridano la loro italianità. Presso antiche ville, che hanno nomi legati alla nostra storia, vecchi cipressi muscolosi ergono la loro mole gigantesca, oscura, solenne, che sembra un'affermazione vigorosa e superba di nazionalità; si direbbero il simbolo caratteristico del nostro suolo; le coltivazioni, i parchi, i giardini, tutta questa campagna meravigliosa, prodigano forme e colori che sono unicamente della nostra patria. Viaggiando sulle regioni conquistate s'intuisce una unità più profonda ancora di quella della razza, dei costumi, della lingua, un'unità perenne, inalterabile alle emigrazioni e ai dominî, eguale sotto alle correnti e alle tempeste umane, una unità eterna: quella della terra.
La strada bianca corre ancora nell'ombra dei platani, e di tanto in tanto qualcuno di questi giganti, tagliato per formare una barricata austriaca, giace abbattuto, rovesciato nel fosso o sul bordo erboso. Barricate e trincee chiudevano la via ad ogni svolto, ad ogni ponticello. Ma nessuno le ha difese. Fino a Cervignano, per avanzare non s'è avuta che la fatica di rimuovere gli ostacoli. A Cervignano pochi colpi di fucile. Un ponte di ferro, all'entrata del paese, era barrato da un terrapieno e da un'abbattuta d'alberi. Una cannonata, che ha lasciato il segno sull'armatura del parapetto, è bastata a mettere in fuga i difensori.
Il paese ha ripreso un'aria tranquilla e sonnolenta, e i convogli militari passano con frastuono per le strade antiche, anguste ed affocate, fiorite di bandiere. Al di là, verso l'Isonzo, un polverone denso annebbia la pianura. Il cannoneggiamento è più vicino. Nell'aria limpida, chiaro, metallico, diafano, un pallone frenato si libra.
Ancora pochi minuti, e ci troviamo fra le truppe. Dei reparti passano il fiume. Sulle alture di Monfalcone la battaglia rugge.
La nostra prima avanzata, che qui giunse d'un balzo a pochi chilometri dall'Isonzo, non fece in tempo a salvare i ponti. La loro distruzione era forse inevitabile.
Il ponte della strada carrozzabile, lungo più di cinquecento metri, tutto di legno, ma largo e solido, ha bruciato completamente. Vedevamo da Palmanova e da Cormòns, il giorno 24, le colonne turbinose di fumo di questo incendio lontano, e pareva che una città ardesse. Si credette anzi, al primo momento, che gli austriaci avessero appiccato il fuoco a dei paesi, per vendetta.
Dei piloni, formati da fasci di travi, non rimangono che alcuni mozziconi carbonizzati, emergenti ad intervalli regolari dall'acqua azzurrognola e dalla ghiaia bianca, sull'immensa spianata del vasto letto. Tutto il resto è scomparso. Le piene ne hanno cancellato ogni vestigio.
Il ponte della ferrovia, poco discosto, è stato minato, e l'armatura d'acciaio, ricaduta sulle macerie dei piloni crollati, disegna sullo sfondo luminoso del fiume come una trina nera, a larghe centine, spezzata nel mezzo, lacerata e scomposta. Queste rovine dànno la prima sensazione profonda di un paesaggio di guerra.
Gli austriaci avevano cominciato a preparare delle forti difese sulla riva destra. Non si trattava più di barricate frettolose. Lunghe, solide, massicce trincee, dei larghi terrapieni che sembrano dighe, i quali emergono freschi, del colore di terra smossa, al di qua della boscaglia che fiancheggia il fiume e gli fa come una scorta di verde, indicano l'intenzione di fortificare solidamente il passaggio, di creare anche lì una testa di ponte. La rapidità della nostra mossa iniziale ha ricacciato il nemico sull'altra sponda. Ritirandosi, gli austriaci hanno anche distrutto, con delle mine, un pezzo di strada, all'approccio del ponte.
Ma bisognava passare, e siamo passati.