Dei cannoni austriaci di mezzo calibro, nascosti sulle alture di Doberdò, tirano sulla strada, e sui villaggi, e sui ponti. Otto o dieci colpi per volta, poi, per due o tre ore non si fanno più vivi. Non combattono, stanno lassù in agguato, e quando vedono in una scìa di polverone un convoglio di munizioni che si avvicina, o un reparto di truppa che si sposta, o un'automobile che corre, giù un po' di grossi shrapnells o di granate, che arrivano con quel loro rombo di motore mal regolato e scoppiano fragorosamente sulla pianura quieta. Tirano persino sulle motociclette col side-car, nella speranza di accoppare qualche generale.
Ma hanno paura di essere scoperti. Non insistono mai, e non è facile individuarli. Conoscono così bene la regione, che il loro tiro è giusto, sebbene inefficace. Percorrendo la strada con dei carreggi si ha la probabilità di assistere allo scoppio di una granata a sessanta passi di distanza. I soldati non ci badano.
No, i nostri soldati sono meravigliosi. Appena una granata scoppia, si vedono i soldati correre, ma verso lo scoppio. Vanno a vedere il buco. Hanno una curiosità da ragazzi per i fuochi d'artificio. Compà, sente mò — grida allegramente un soldato di guardia al ponte ad un compaesano mentre tuona una raffica — pare 'a festa d'a Madonna! — Gli sembra di sentire i mortaretti delle solennità campagnole. Ed il cratere slabbrato, nero, fumante, che le esplosioni scavano al suolo, è per loro uno spettacolo curioso che li attira. Sono là intorno, aggruppati allo scoperto, incuranti del nemico che li vede, disputandosi le schegge che scottano ancora. Ogni soldato ne ha una in tasca.
Sulla strada così esposta il movimento continua regolarmente. I territoriali divenuti carrettieri e bovari, passano anche loro con i birocci e le mandrie.
Nessuno esita, nessuno si ferma, nessuno devia.
Un distaccamento di bersaglieri ciclisti riposa all'ombra delle casupole, all'entrata di un villaggio: Begliano. Appoggiate ai muri, le biciclette intrecciano ruote e telai in una confusione sottile e geometrica di circoli e di linee; qualche motociclista prova attentamente il motore, che strepita sul cavalletto; i soldati, accoccolati a gruppi sui macigni, conversano placidamente, fumano, fischiettano, e sulle loro teste l'alito caldo e lieve del meriggio fa correre un fremito di piume nere. Gli ufficiali, che hanno trovato delle sedie in una osteria abbandonata, siedono fuori della porta, sotto a degli alberi. Aspettano ordini. Vi è una serenità, una tranquillità da riposo durante la manovra. Non si direbbe mai che questi soldati si sono battuti di notte e di giorno, che hanno preso delle trincee alla baionetta, sopraffacendo gli austriaci con le mani alla gola.
Il centro della strada è deserto. Da lì si vedono le colline rocciose di Doberdò così vicine che sembrano a portata di voce. «Tra poco ricomincia la musica!» — osserva un ufficiale guardando l'orologio al polso, e appoggiata la spalliera della sedia al muro incrocia le gambe, beatamente, soggiungendo: «Ci fosse almeno un giornale da leggere!».
La musica lì si ripete ad intervalli regolari. Il villaggio è bombardato a orario. Le ultime granate hanno ferito qualche soldato, uno è morto. Da un giardinetto sbuca un bersagliere che ha composto un mazzo di fiori, adorno di una foglia di palma di San Pietro, la palma del nord. Lo mostra ai compagni, che approvano, e scompare in un recinto. È per ornarne la croce sulla tomba nuova.
Ecco, un rimbombo, un urlo apocalittico che solca la serenità del cielo, una esplosione potente, uno scrosciare di tegole e di macerie. La musica.