Tutto quello che giornalisti di ogni regione e di ogni opinione hanno scritto dai campi di battaglia, non può non avere dato al paese argomenti infiniti di fierezza, di orgoglio, di conforto. Le cronache frettolose e disordinate dei corrispondenti di guerra, sospinti dall'incalzare del tempo, sono risultate come una documentazione vissuta, umana, spesso palpitante e commossa, dell'entusiasmo guerriero e lieto delle truppe e del loro valore indomabile che la sapienza e la volontà del comando conduce.

Abbiamo visto come si combatte sull'eterno gelo delle più alte montagne, come si issano cannoni fino all'inaccessibile, come si creano per tutto nuove strade tagliate spesso nella viva roccia fino ai nevai, come si distruggono fortezze nemiche, come si lanciano ponti sotto al bombardamento, come si assaltano e si conquistano le posizioni più formidabili, come si respingono e si sfanno gli attacchi del nemico, abbiamo ammirato la cooperazione perfetta di tutte le armi, lo spirito di sacrificio di tutti i corpi, la concatenazione serrata delle azioni, la prontezza delle manovre, la vastità e la esattezza dei servizi. Se da tutte queste visioni della guerra, che la stampa ha diffuso, la Nazione ha tratto una conoscenza più profonda della sua forza, la Nazione deve sentirsi più forte, deve cioè contemplare l'avvenire con rinnovata e ferma fiducia.

I racconti dei giornalisti al campo hanno finito per costituire una specie di riassunto della guerra. Quello che i corrispondenti vedevano era così legato a quello che era successo, il passato della guerra mostrava tracce così profonde, parlava così forte nel tumulto del presente, che la cronaca diventava un po' storia, una storia delle operazioni rintracciata sui luoghi, illustrata dai racconti di combattenti stessi, commentata dall'azione in corso, fusa, dalla continuità della lotta agli avvenimenti attuali e vissuti. Ebbene, una cosa è apparsa subito evidente da queste narrazioni: ed è la esattezza dei comunicati ufficiali. Le azioni appurate dalla indagine giornalistica si identificavano una per una alle azioni enunciate nei bollettini. Il lavoro dei corrispondenti ha finito per essere un ampio commentario della parola laconica e calma del notiziario dello stato maggiore.

Questa constatazione può sembrare superflua, se non presuntuosa. Il Paese conosce quali uomini reggono il destino delle sue armi, e in tale conoscenza riposa. Per noi, grazie a Dio, le virtù militari non possono apparire disgiunte da virtù civili; siamo fatti all'antica, e la fede nostra in un condottiero è fede nella sua parola; la lealtà è nell'anima guerriera quello che la dirittura del taglio è nella spada. Sentiamo la verità intera nella calma, laconica, semplice e chiara dicitura dei bollettini. Anche per portare una nuova testimonianza, raccolta dai corrispondenti di tutti i giornali d'Italia, sarebbe quasi insolente insistere sulla fredda e precisa sincerità dei comunicati che portano la firma di Cadorna.

Abbiamo voluto accennarvi solo perchè, tornando dalla fronte, dove tutto è fede e tutto è forza, strane voci si odono sussurrare nell'ombra, lontano da ogni fervore di lotta, lontano dai luoghi dove si vede e dove si crede, da gente che alla Patria non dà che la sua maldicenza. Arrivando di là si sente con indignante violenza la stupidità velenosa della calunnia, spesso incosciente, che cerca di annebbiare splendori dei quali, chi ha vissuto al campo, ha ancora pieni gli occhi e l'anima. Vi sono persone, assai poche per fortuna, che sembrano seriamente preoccupate dall'annunzio che tutto va bene, e provano la necessità di dubitare e di comunicare intorno i loro dubbi. Bisognerebbe affidare costoro alla giustizia dei soldati.

Bisognerebbe portare i colpevoli su quelle stesse posizioni che erano oggetto della malevola diceria, e dire alle truppe: «Mentre voi vi battevate e vincevate, queste persone, per le quali anche versavate il vostro sangue, cercavano di derubarvi della riconoscenza e dell'ammirazione della Patria, cercavano di indebolire la fiducia e l'amore del Paese per voi, tentavano di isolarvi alle spalle, vi insultavano, vi defraudavano del premio più ambito, facevano a voi un male più grande di quello che il nemico possa mai farvi: ora sono nelle vostre mani, giudicatele e punitele!»

Da quello che i corrispondenti al campo hanno visto, saputo e narrato, è possibile trarre qualche conclusione, estrarre come un bilancio sommario delle operazioni nei primi quattro mesi di guerra. Il nostro esercito è stato fra i più attivi nel conflitto delle nazioni, ed ha raggiunto alcuni risultati positivi che le condizioni difficili del terreno e la studiata e intensa preparazione del nemico rendono mirabili.

Di tutte le fronti della guerra europea, la nostra è senza paragone la più aspra. Dei giornalisti francesi e inglesi che conoscevano i campi di battaglia di Francia, di Russia e dei Dardanelli, il corrispondente del Bund di Berna, ufficiale nell'esercito svizzero e perciò competente della guerra di montagna, gli attachés militari degli eserciti alleati, hanno tutti, senza riserve, espresso il loro profondo stupore e la loro ammirazione avanti allo spettacolo inaudito delle difficoltà che il nostro esercito ha superato e supera. Eravamo all'inizio dominati e minacciati da ogni parte dalle posizioni avversarie. La nostra avanzata è stata ovunque un'ascesa, una scalata, un assalto a giogaie, a pendici, a declivî, a vette, e le forme più moderne della guerra, abilmente applicate dal nemico, hanno sovrapposto alle asperità prodigiose della terra barriere formidabili di fortificazioni continue.

La tattica nuova, i mezzi che l'industria attuale fornisce alla guerra, la possibilità di nascondere le fanterie nel cemento e nell'acciaio e di proteggerle con reticolati senza fine, con mine senza numero, con cordoni fulminanti, ha moltiplicato le forze di resistenza delle difese. L'esempio più luminoso delle possibilità di una difesa si è avuto nei primi mesi della guerra europea, quando l'ala destra dell'esercito tedesco, fresca ancora, forte di ventiquattro o venticinque corpi di armata, presa Anversa si gettò sulle facili pianure fiamminghe, coperte da un'immensa rete di strade, cercando un varco verso Calais, e non passò. Aveva contro di sè forze inferiori e assai meno armate, ma chiuse in un cordone di trincee. La trincea fermò definitivamente l'offensiva germanica.

Anche noi abbiamo urtato nella lotta di trincea, ma su ben altro terreno, e non ci siamo fermati che dove intendevamo fermarci. Trincee nella neve, trincee nelle rocce, trincee sulle spalle dei monti, trincee sul bordo dei fiumi, trincee sui campi, trincee nei boschi, e abbiamo assalito, conquistato, avanzando sempre. Nella fronte dell'Isonzo, verso Plezzo e sulle pendici del Monte Nero, verso Tolmino e sulle alture di Plava, verso Gorizia e sull'altipiano Carsico, la nostra offensiva ha progredito espugnando opere ad ogni passo, ha progredito lentamente ma sistematicamente, tenace, infaticabile, ardente. Il nostro esercito dà prova di una energia costante, magnifica, che ha finito per trovare un riconoscimento negli stessi paesi nemici. È già una grande e indistruttibile vittoria.