Sono finite le ingiurie degli avversarî contro il soldato italiano; i nostri assalti hanno spazzato anche il disdegno e il disprezzo che il nemico sentiva o mostrava di sentire verso di noi. Si è dissipata quella avvilente atmosfera di sfiducia e di disistima che ci soffocava, che veniva un po' anche dai paesi amici, dove non ci si immaginava così soldati, e che ci svalutava. All'inizio della guerra la folla in Francia credeva che quattro corpi di armata francesi fossero venuti a combattere in Italia, e approvava. Eravamo il popolo che ha bisogno di aiuto. L'eroismo italiano cominciò ad essere ammesso dai bollettini austriaci come una prova di ebbrezza alcoolica; dovevamo essere ubbriachi per batterci così. Poi i bollettini hanno cambiato tono. Ora ammettono il valore della nostra truppa. I corrispondenti della stampa tedesca con l'esercito austriaco hanno dimenticato i «suonatori di mandolino» e parlano gravemente dell'ardimento dei nostri, discutendo su di noi con il rispetto che si ha per i forti. L'esercito ha dato alla nostra Patria in mezzo alle nazioni in lotta una autorità e una grandezza che non aveva mai avuto in mezzo alle nazioni in pace. L'Italia ha conquistato una posizione morale inespugnabile.
Certo i progressi della nostra offensiva possono sembrare lenti a chi non li considera in loro stessi e guarda sulla carta la distanza tra il fronte attuale e gli obbiettivi finali della guerra. Ma un grande, prezioso obbiettivo la guerra ha già raggiunto: quello di aver chiuso la porta di casa nostra, della quale il nemico teneva disserrati i battenti spingendo un piede sulla soglia. Non soltanto noi combattiamo oltre le vecchie frontiere, non soltanto risparmiamo al suolo nazionale gli orrori e i pesi della lotta, ma siamo arrivati ad insediarci quasi per tutto su posizioni dalle quali possiamo contemplare con tranquillità la prospettiva di una potente offensiva nemica. Non si passa più facilmente. Un terribile incubo è finito.
Il Paese non sa fino a quale punto l'invasione austriaca fosse preparata. Percorrendo la fronte, attraverso le terre conquistate, si ha per tutto lo spettacolo degli apprestamenti austriaci contro di noi, e si prova qualche cosa che somiglia a quelle paure postume che assalgono chi si accorge di essere scampato da un pericolo mortale. Già la vecchia frontiera per sè stessa dava al nemico gli sbocchi d'Italia, formava un saliente ad ogni valle, scendeva quasi alle nostre pianure, minacciava le nostre comunicazioni più vitali. Questi vantaggi naturali non bastavano all'Austria, che voleva agire con la massima rapidità e la massima sicurezza, senza pericoli di controffensive.
Ogni nazione ha il diritto di garantire la difesa dei suoi confini, ma i lavori immensi che l'Austria aveva compiuto e stava compiendo, ai quali nulla o ben poco si contrapponeva, costituiscono i preparativi meticolosi di una aggressione destinata a schiacciarci. Non vi era nemmeno una preoccupazione per la insolente evidenza degli scopi di tanta attività militare, l'aggressione era discussa apertamente in Austria, era patrocinata da Conrad e dall'Arciduca Ereditario, era confessata, e si apprestava secondo un inesorabile programma. La preparazione era per sè stessa una intimidazione. Noi non potevamo parlarne in Parlamento e sui giornali senza passare per provocatori. Ci sentivamo già vinti un poco dalla sola minaccia. Sembravamo occupati a rassicurare continuamente il sopraffattore come la pecora rassicurava il lupo. Deprimendo l'esercito, non proporzionando le spese militari, chiudendo le orecchie al grido della italianità assassinata oltre la frontiera, rassegnandoci, acquiescendo, dimostravamo la nostra volontà di pace. E il nemico lavorava.
Erigeva fortezze su fortezze, sbarrava ogni valico, costruiva reti sterminate di strade militari per unire le valli, per raggiungere delle vette dove appostamenti di artiglieria pesanti, già preparati, dominavano tutti i nostri vecchi forti. Ad ogni nodo di viabilità, caserme nuove, ospedali, depositi di munizioni, di viveri, di carri, di slitte, panifici elettrici capaci di nutrire intere divisioni. Si era pensato persino all'acqua sulle strade della montagna, dove ogni due o tre chilometri mormora una fonte per la beverata. Vasti campi trincerati erano pronti. Nelle più selvagge vallate potrebbero ora vivere, spostarsi e agire masse di armati. Persino sulle più alte cime, sulle rocce nude, sulle distese candide dei ghiacciai, capanne, ricoveri, rifugi alpini, alberghi, costruiti apparentemente per un improvviso furore sportivo, si sono rivelati ora per posti di vedetta, basi di avanguardie, caserme, tutto un sistema di edificî eretti in posizioni strategiche, destinati a mantenere in ogni stagione il dominio dell'alta montagna.
La Nazione ignorava la realtà nelle sue vere proporzioni, quella realtà che angosciava le autorità militari, l'allarme delle quali non trovava che una mediocre e saltuaria attenzione nell'ambiente politico. I piani della difesa si fondavano sull'abbandono di vaste zone. La frontiera era indifendibile nella sua integrità. Era fatalmente ammesso che l'invasione entrasse. Ora la catena delle nostre posizioni ha anche un grande valore di difesa. La guerra ci ha dato una tranquillità nuova.
Le zone più vulnerabili erano la sponda meridionale del Garda e la pianura di Vicenza. Fra l'Idro e il Garda la frontiera si spingeva per la valle Toscolana ad una sola giornata di marcia da una delle nostre massime arterie di comunicazione, la ferrovia Milano-Venezia. La possibilità di un colpo di mano austriaco contro il grande viadotto di Desenzano è stata considerata e discussa durante la pace dallo stato maggiore italiano. Si sono fatte persino delle esperienze; reparti alpini hanno percorso di notte, a marcia forzata, la distanza che separa la frontiera dal viadotto. Un colpo di mano sarebbe forse stato di difficile esecuzione, ma la debolezza delle nostre posizioni contro all'impeto insistente di una offensiva appariva in una terribile evidenza. Adesso una offensiva troverebbe una solida barriera sulla valle del Ledro e sulla valle Daona; lo sbocco della Giudicaria è chiuso.
Arsiero era anche ad un giorno di marcia dalla frontiera, e Arsiero è la soglia della piana vicentina. L'Austria aveva preparato accuratamente il forzamento rapido di tutti i passi, dal Friuli al Trentino, minacciava una irruzione irrefrenabile sullo Judrio, sul Fella, sul Tagliamento, sul Piave, sul Brenta, sull'Adige, ma è sopra tutto per le valli che fiancheggiano l'altipiano dei Sette Comuni che il pericolo dell'invasione austriaca si affacciava più impellente, perchè più vicino alla mèta. La frontiera metteva l'offensiva austriaca in posizioni che, con dei confini meno iniqui, essa non avrebbe potuto raggiungere se non dopo lunghe lotte accanite, fortunate e definitive. Cioè, la frontiera, qui più che altrove, equivaleva per l'Austria ad una guerra già quasi vinta. Parlando della Vallarsa e della Valsugana le corrispondenze dalla fronte hanno descritto che cosa l'Austria aveva saputo accumulare di opere militari lì intorno; erano nuclei di forti moderni, centinaia di chilometri di nuove strade, ampie basi di operazione. La famosa questione sul possesso della Cima Dodici era legata a questo sistema di sfondamento.
La lunga lotta di grosse artiglierie sull'altipiano di Asiago, di cui così spesso parlarono i bollettini ufficiali, la distruzione dei forti di Luserna, di Busa Verle, di Spitz Verle, la presa del monte Pasubio, dominante la Vallarsa e la Val Pòsina, la presa del Civaron, dell'Armentera, del Salubio, in Valsugana, e l'azione attuale sugli altipiani di Lavarone e di Folgaria, sono tutte fasi della nostra opera ardita e incessante di consolidamento, di arginatura, di chiusura. Le posizioni che ci minacciavano sono nelle nostre mani, con le loro strade militari, le loro basi, i loro appostamenti. Siamo noi che battiamo al di là e portiamo la minaccia su Rovereto e verso Trento.
Anche la questione di uno sfondamento delle nostre difese verso Arsiero era di quelle che durante la pace angosciavano lo stato maggiore italiano. Delle manovre parziali erano state più volte eseguite per studiare la possibilità di impadronirsi rapidamente del Pasubio, il cui possesso avrebbe solo potuto consolidare la difesa sopra un importante settore. I resultati delle manovre erano scoraggianti. Quella alta montagna, il cui declivio era italiano e la cui vetta era austriaca, appariva inespugnabile. Ed è stata conquistata, e su di lei è imperniata la nostra fortunata azione iniziale.