L'Austria non ha fatto in tempo a difendere efficacemente il Pasubio, come non ha fatto in tempo a difendere l'Altissimo, e il Corada, e il Quarino, e il Medea, e tanti altri monti e passi e selle e varchi, sui quali si è insediata fulmineamente la nostra fronte, solidificandosi. Non è stata sorpresa dalla guerra l'Austria, oh no!, ma è stata sorpresa dalla rapidità del movimento.

Non si aspettava il balzo immediato in avanti, che ha portato subito la guerra sulle sue seconde linee. Ha sbagliato i calcoli del tempo, ha commesso un errore di quindici giorni — errore che poi le inondazioni e le piene immobilizzandoci hanno in parte corretto. L'Austria si basava sui dati da lei conosciuti della nostra organizzazione militare, per concludere che la nostra mobilizzazione e la concentrazione del nostro esercito necessitavano un mese di tempo. Questa almeno era l'opinione più volte espressa dallo stato maggiore austriaco. Sapendo che la mobilizzazione era già in corso col sistema delle chiamate personali, l'Austria credè di essere nel giusto riducendo il tempo della metà. Alla dichiarazione di guerra suppose che le operazioni attive sarebbero cominciate verso il sette di giugno. A dire il vero, il calcolo non era del tutto errato; senonchè noi ci muovemmo audacemente in piena mobilizzazione, concentrando e completando i corpi in azione, organizzando i servizi nella mutabilità di spostamenti impreveduti.

Così fu possibile strappare alla sorte vantaggi immediati che una lotta eroica, ardente, aspra e ostinata è andata poi ampliando e rassodando, in un progresso lento ma costante, contro gli ostacoli più formidabili che siano stati mai superati in una guerra. E per la forza delle armi l'Italia ha liberato le sue soglie invase e puntellato le sue opere minacciate. Si respira.

Ma un esame dei risultati delle operazioni italiane sarebbe incompleto se non si considerasse l'importanza che la nostra guerra ha avuto ed ha nel conflitto internazionale, la somma che essa rappresenta nell'attivo dell'Intesa. Non si misura l'entità del contributo dato per il trionfo finale della nostra causa comune, la causa della Libertà dei popoli, dalle distanze percorse ma dagli effetti e dalla intensità dello sforzo. Se così non fosse, si dovrebbe concludere che la Francia non ha fatto nulla, poichè il suo fronte è rimasto quasi immobile sul territorio francese, e che la Russia perdendo terreno è diventata una passività nella lotta. Anche l'immobilità assoluta potrebbe avere un valore per conseguenze lontane, su altri fronti.

Quando ai primi di settembre la controffensiva russa ha strappato settantamila prigionieri agli eserciti nemici e fermato momentaneamente i loro progressi, il ministro della guerra russo, stringendo la mano dell'attaché militare italiano che si congratulava con lui, gli avrebbe detto effusamente: «Grazie, grazie, il successo è anche vostro!» Ed era realmente anche nostro. La vittoria delineandosi in qualsiasi punto dell'immane conflitto porterebbe al raggiungimento degli obbiettivi speciali di ogni singola lotta.

Quale influenza non ha avuto la nostra guerra nella salvezza dell'esercito russo? Gli Imperi centrali avevano preparato contro la fronte orientale una offensiva destinata a schiacciare la Russia, a costringerla alla pace, ad eliminarla dal conflitto, per definire poi la guerra rapidamente sulla fronte occidentale. Fin dal marzo scorso a Bruxelles si udivano degli ufficiali dello stato maggiore tedesco prevedere per il giugno la pace generale, la pace germanica. Erano sicuri dell'annientamento degli eserciti dello Zar. Tutto era studiato, tutto era previsto, il piano di azione gigantesco, apparentemente irresistibile.

Non diciamo che il piano sarebbe riuscito, se, mentre esso era in pieno sviluppo, l'Italia non fosse entrata in guerra, richiamando imperiosamente forze ingenti dal centro e dall'ala destra degli eserciti austro-tedeschi; ma non è temerario affermare di aver contribuito a dissipare quella disfatta che ha sfiorato l'eroica Russia, che è stata così vicina, così imminente, che è stata la nostra angoscia per un mese, e che avrebbe forse portato con sè la catastrofe del mondo latino e la schiavitù dell'Europa.

La Russia ha arginato l'avanzata nemica, resiste, contrattacca, e si riorganizza. La Francia e l'Inghilterra hanno potuto passare all'offensiva, conquistare le prime linee e attaccare le seconde linee nemiche. Sarebbe possibile questo se vi fossero cinquecentomila avversari in più sopra una fronte o sull'altra? Osservando i confortanti risultati locali della nostra stupenda lotta, che s'impone alla ammirazione del mondo, e che progredisce sempre, aspra ma sicura, da successo a successo, non dimentichiamo dunque le influenze che essa esercita sulle sorti del conflitto delle nazioni.

E non soltanto noi tratteniamo un esercito austriaco, ma lo battiamo. È ben altro. C'è un logoramento che conta. Il nemico, per la sua tattica e per la natura della guerra, perde enormemente più di noi. Sulle due fronti di Francia e di Russia cadono in media trecentomila nemici al mese. Lo spreco di uomini che i nostri avversarî fanno per arrivare rapidamente ad un successo definitivo è inaudito. Pure a questa lotta di usura la nostra guerra dà un largo contributo.

Un progresso costante verso la nostra mèta; una fronte inattaccabile; un aiuto possente ai nostri alleati: ecco in riassunto la situazione militare. Ma chi torna da una residenza al campo porta poi in sè ben altro che questi freddi ragionamenti; porta nel cuore come una sensazione di vittoria, sente una fede attinta alle gloriose visioni della guerra, all'entusiasmo, all'ardore in mezzo ai quali ha vissuto. Si ha quasi l'impressione di una certezza irragionata, naturale, istintiva, come sotto allo splendore del sole estivo si è sicuri che le messi maturano.