Alla prima detonazione formidabile, che fece sobbalzare gli edifici, nella stazione si credette che fosse scoppiata una cassa di munizioni. Fu un correre curioso di soldati, d'impiegati, che si domandavano: — Com'è successo? Dove? — e la folla si precipitò a vedere. In un punto, sulla campagna, c'era un gran fumo. E tutti via, verso il fumo.

Dissipatasi la nube, si vide a terra una buca larga cinque o sei metri, profonda tre o quattro. Si facevano le più svariate ipotesi. In quel momento, nell'aria s'avvicinò un rombo che si spense in un soffio possente, e subito dopo un'altra nube di fumo, un'altra detonazione profonda, dalla parte opposta della stazione. «Ah, ma sono cannonate!» dissero allora tutti come tranquillizzati. Il mistero era perfettamente chiarito. La cosa diventava naturalissima. Diamine, cannonate in tempo di guerra, niente di più logico. E il lavoro fu ripreso, quietamente, serenamente.

Ognuno tornò al suo posto, con qualche fierezza di sentirsi al fuoco, e la stazione di Cormons continuò a funzionare con perfetta regolarità, come se niente fosse. Nemmeno gli abitanti della città si spaventarono. L'effetto morale fu veramente straordinario.

È anche vero che le granate da 305 non toccarono nessuno.


Dove tirano ora i famosi obici? È difficile indovinarlo. Non hanno molti colpi da sprecare. La loro vita è breve. Ogni ora, ogni due ore, un rimbombo, che pare lo scoppio d'una polveriera. Non vediamo nè il bersaglio nè il cannone. Forse è al di là delle colline che i proiettili cadono, a nord di Podgora. Chi sa? Quello che si vede di una battaglia moderna è così poco!

Essa si delinea vagamente, e ogni dettaglio sfugge. Non vorrei nutrire nel lettore l'illusione che io sia testimonio oculare di tutti i particolari che racconto. Tuoni e fumo, ecco quel che sento e quel che scorgo, e la linea del combattimento invisibile si rivela lentamente nell'immobilità solenne del paesaggio, da campanile a campanile, da costa a costa. Ma da ogni parte, laconiche ed eloquenti, delle notizie arrivano, parole che cadono al passaggio di staffette veloci, informazioni sommarie che scaturiscono dall'allacciamento dei servizi, voci che la battaglia propaga dalle trincee sui nervi delle retrovie: «Il nostro battaglione è andato alla baionetta». — «Siamo ora sulle seconde linee». — «La tale posizione è presa». — «Abbiamo fatto dei prigionieri». — «Tutto va bene, evviva!»

Le località indicate sono in una bruma pallida, ma non sembrano più impassibili al nostro sguardo dopo quello che sappiamo di loro; esse assumono una espressione indicibile; ci pare di conoscerle profondamente; le sentiamo amiche o nemiche, sottomesse o pugnaci, a seconda che accolgono o trattengono la nostra avanzata.

Tutto si anima, tutto vive, tutto palpita, vi è una torva ostinazione sul profilo di Podgora, e il Sabotino alto e fosco vigila come una spia. Dietro alle sue spalle si sporge il Monte Santo, che solleva ipocritamente sul vertice il puro biancore di un santuario e nasconde artiglierie austriache in tutte le pieghe delle sue pendici. Il Sabotino indica, il Monte Santo spara. E più in basso spara il colle Santa Caterina, che non si lascia scorgere, in agguato, irto di cannoni anche lui.

No, non si vedono più gli uomini nella guerra d'oggi, sono divenuti troppo piccoli nella vastità, nella imponenza, nella possanza della loro azione; ma entro la solitudine apparente della battaglia i luoghi stessi, con le varie fisionomie del paesaggio, sembrano divenuti i veri protagonisti della lotta, combattenti favolosi pieni di corruccio, di sdegno, di forza; e da montagna a montagna, fra le vette ferite, s'accanisce un duello titanico a colpi di fulmine.