Alle spalle della battaglia, le strade non sono tutte deserte. Una vita strana vi serpeggia, appena visibile, che più lontano dal fronte di combattimento si allarga sicura e viene ad innestarsi nella popolosa e attiva normalità degli accampamenti e dei bivacchi, dei parchi di rifornimento e dei depositi, delle ultime stazioni di carreggio, e arriva fra gli affollamenti gai e vocianti delle riserve, incuranti del cannone, dal quale salgono canti spensierati.

L'artiglieria austriaca batte ad intervalli le strade, senza vederle. Vi mette delle barriere di fuoco anche quando non passa nessuno. Cerca di indovinare le arterie di rifornimento. Si assiste palpitando alle avventure di piccoli convogli che vanno lentamente verso il fuoco, di batterie che si spostano al passo con una solennità sdegnosa chiamate su altre parti del fronte, di squadroni, di staffette, mentre percorrono le strade bombardate. «Si fermano? Sono colpiti?... No, vanno avanti. Ma fate presto che Dio vi benedica!». — E attraverso sinistri spiumacciamenti di fumo quel piccolo movimento di cavalli e di uomini, ai quali s'afferra tutta la nostra passione, procede impassibile, superbo.

Mossa è bombardato, San Lorenzo è bombardato, la strada che li unisce è sotto al fuoco, si vedono gli scoppi indicarne col fumo il tracciato. Della gente che viene di là arriva con una imperturbabilità sbalorditiva. Un'unità di cavalleria ha un'aria di contentezza emergendo dalla zona battuta, verso Medea. «Anche un colpo da 305 ci hanno tirato!» — annunziano i soldati per affermare fieramente la loro importanza, e fanno piede a terra. Fra loro due soli colpiti, leggermente, che sono rimasti in arcione ed hanno avuto le congratulazioni dei compagni vicini.

I due privilegiati si fanno medicare e tornano al loro cavallo che aspetta con la briglia attorta all'asta della lancia piantata nel suolo. Da quando è cominciata la guerra, in tutta una divisione di cavalleria avviene questo fenomeno: che non c'è più malati. I soldati che non si sentono bene, si curano da loro per paura d'essere mandati all'ospedale.

Sereni ma stanchi, quelli che arrivano da più lontano portano un'eco di assalti. Sono descrizioni rozze, concise, vive, palpitanti. Esse ci fanno vedere i nostri soldati furibondi degli ostacoli, appiattati avanti agli inattaccabili baluardi di calcestruzzo, che soltanto una valanga di esplosivi può schiacciare, gridando ingenuamente agli austriaci: «Venite fuori dal buco, attaccateci se avete fegato!».


Sembra strano, ma sono quelli che vengono dal fuoco che sono più avidi di notizie. Non hanno visto che un punto, un angolo, un episodio della battaglia. Essi domandano a coloro che sono lontani, e questi si precipitano sull'estraneo che arriva dal di là delle zone di guerra, dalla quiete operosa della nazione. L'esercito, isolato, non conosce nemmeno i bollettini ufficiali.

In Francia e nel Belgio è stato creato il Giornale degli eserciti, per informare le truppe. Si sono riconosciuti i pericoli dell'oscurità. Una volta, il soldato la battaglia la vedeva. Ora essa è per lui un grande mistero, la decifrazione del quale non è prudente sia lasciata ai «si dice», sempre eccessivi, che si trasformano propagandosi, e si esagerano. Avvengono sul fronte fatti così meravigliosi di fulgido eroismo, che la loro conoscenza fornirebbe alle truppe infiniti argomenti di orgoglio.

Quando l'Italia dichiarò la guerra, l'annuncio fu dato istantaneamente su tutto l'immenso fronte francese, inglese, belga, e l'entusiasmo scoppiò in canti formidabili, per trasformarsi poco dopo in furibondi e fortunati assalti. Vi sono notizie preziose per il morale delle truppe. Le vittorie, gli ardimenti, le ragioni di ogni decorazione, le citazioni all'ordine del giorno, le manifestazioni patriottiche del paese, lo slancio nazionale per provvedere all'avvenire delle famiglie dei soldati, sono cose che, potendolo, dovrebbero essere portate formalmente a conoscenza dell'esercito. Il suo ardore non potrebbe essere più grande, la sua fede non potrebbe essere più ferma, ma le virtù che sono in lui avrebbero conforto ed alimento.

Tutti ricordano come, nei primi giorni della nostra guerra, in ogni città d'Italia delle voci, la cui origine è chiaramente austriaca, volevano far credere alla distruzione di un reggimento che variava da città a città, che era romano a Roma, fiorentino a Firenze, milanese a Milano. Ebbene, ho trovato degli ufficiali e dei soldati di un reggimento meridionale angosciati perchè qualcuno ha detto loro che al paese le loro famiglie li credono tutti morti e li ha assicurati che la notizia del loro massacro era comparsa sui giornali.