«Non è vero! — ho protestato con indignazione — chi è venuto a inventarvi queste indegnità?» «Un borghese che era da queste parti» — mi hanno risposto. Il borghese che era da quelle parti lavorava apparentemente, povero untorello, a spargere anche fra le truppe il suo inutile veleno. Ma non abbandoniamole alle voci, noi non sappiamo fino a dove l'agente nemico può penetrare, fissiamo il pensiero dei soldati sui fatti, così belli, che avvengono in magnifica dovizia dove si combatte e dove si aspetta, e che essi in tanta parte ignorano.
Sopra una delle alture da cui si domina la vallata dell'Isonzo, c'è come una piccola terrazza naturale, ombreggiata di acacie. Durante le fasi più attive dell'azione, dei generali sono saliti lassù. Il Re vi è comparso due volte. Il suo arrivo è stato annunziato da un'acclamazione clamorosa. Tutto un accampamento di riserve, che allinea fra i filari di vite le sue tende grigie, ha salutato il Sovrano con un urlo, che pareva la voce d'un assalto.
I soldati sono accorsi da ogni parte, è stata una confusione da alveare negli attendamenti pavesati da biancherie che asciugano. «Viva il Re!» — gridavano anche i soldati lontani, quelli che non vedevano niente, e che correvano a perdifiato attraverso i campi. Arrivando sulla strada, ansimanti, felici, i soldati si pigiavano in rango, rigidamente, duri alle spinte della massa che sopraggiungeva dopo, e che faceva da popolo dietro il cordone della prima fila.
Sceso dall'automobile, il Re passa avanti a quella siepe d'entusiasmo, e saluta, la mano al berretto, un lieve sorriso sulle labbra, facendo scorrere sui volti quel suo sguardo profondo e osservatore che lascia in ognuno la sensazione di esser visto e notato. Lo sguardo del Re è penetrante e valutatore.
Il Sovrano si ferma: «Bravo! — esclama rivolto ad un soldato. — Dove hai guadagnato le tue medaglie?». L'interpellato ha il petto fregiato da due nastri azzurri del valor militare e del nastro della campagna libica. In un combattimento a Misurata strappò al nemico il corpo del suo capitano caduto, e in Italia, in una camerata di caserma, disarmò da solo un compagno impazzito che faceva fuoco su chiunque si avvicinasse a lui. È un fiero caporale calabrese, biondo di baffi e bruno di carne, un discendente di guerrieri normanni.
«Eccoti da fumare!» gli dice il Re porgendogli dei sigari dopo avere ascoltato il suo conciso e imbarazzato racconto dialettale. Il soldato li prende con profonda reverenza, come una cosa sacra, e quando il Re è lontano la sua felicità esplode. Levando in alto il dono, egli danza gridando: «'U zigarru d'u Re! 'U zigarru d'u Re!».
Qualche ora dopo, mentre il Sovrano ridiscende dal colle, lungo un pittoresco sentiero tutto fresco di ombre verdi, tre fanciulle, tre contadinelle del paese, dai piedi nudi negli zoccoletti, si fanno avanti, timide, confuse, le mani piene di fiori colti allora nell'orto, e li offrono inchinandosi con una grazia tutta campestre: «Maestà.... — mormora la più ardita divenendo rossa come le sue rose. — .... I x'è fiori d'Italia!».
Quando il Re è tornato il giorno dopo, si è fermato allo sbocco del sentiero, dove aveva incontrato le ragazze, e ha fatto chiedere di loro. Una sola era là; essa è corsa a chiamare le amiche; un minuto dopo arrivavano tutte e tre, trafelate e felici, e il Re, sorridendo con una benevolenza paterna, ha porto ad ognuna una scatola di dolci, adorna degli emblemi reali. Poi ha continuato la sua strada, seguìto dal suo Stato Maggiore che riempiva l'angusto sentiero di un grigiore d'uniformi e di un tintinnìo di sciabole.