Il tumulto del combattimento, la foga ardente dell'assalto fulmineamente interrotta da una palla, l'attesa angosciata, inerte e solitaria sul campo, il trasporto all'ambulanza sotto il fuoco, la medicazione, il viaggio, tutto questo si è succeduto così rapidamente che si confonde nella sua mente febbricitante. Per qualche tempo egli stenta a districarsi dal passato. Quello che avviene è troppo poco in confronto a quello che è avvenuto. Il metallo non si raffredda subito appena tolto dalla fornace. L'anima del ferito è ancora incandescente. Un clamore di emozioni si prolunga in lui come un'eco e riempie il silenzio profondo della nuova quiete improvvisa.

Ma questa eco presto si spegne, la calma si fa anche nel pensiero, le impressioni si fissano, le idee si chiariscono, la curiosità incerta, vaga e atona dei feriti non cerca più intorno. Fra letto e letto si annodano dialoghi sommessi.


Nessuno parla della propria sofferenza o s'interessa a quella degli altri. Si parla della battaglia. «Di che reggimento sei? — Del tale fanteria, e tu? — Ah, eravate alla nostra destra. Io sono del tal altro. — Noi attaccavamo sopra San Martino. — Sì, sì, alla nostra destra. Io sono del San Michele». La battaglia li tiene tutti ancora. Il loro spirito rivive incessantemente i momenti supremi e inebbrianti della lotta, rifà il cammino dell'assalto con ostinazione, quasi cercando di poter proseguire oltre la ferita, oltre la caduta, di andare avanti con gli altri, con i sani, con gli arrivati, con la moltitudine esultante dei vittoriosi.

Spesso, a vederli e ad ascoltarli si dimentica quasi che sono feriti. Si varca la soglia dell'ospedale col cuore stretto, preparati ad uno spettacolo di dolore, e la pietà per i corpi martoriati si attutisce di fronte ad una gagliarda e piena salute delle anime, calda di entusiasmo.

Non somigliano ai feriti delle altre guerre. Ordinariamente, il soldato colpito durante l'azione conosce il duro sforzo della lotta, ma il risultato è per lui vago, impreciso o ignoto, si perde in una rossa nebbia. Il dolore riconduce il combattente nei limiti angusti della sua individualità. Per lui la battaglia si culmina in uno strazio. Rimane spezzata nella percezione del ferito; egli la ricorda come una fiamma spentasi improvvisamente nel sangue. Perciò, generalmente, il ferito è un pessimista. Ma i nostri no.

Non so, pare che non sappiano diventar malati, che si conservino combattenti nell'immobilità penosa delle loro membra, che considerino il colpo ricevuto come un incidente, come una corvée. Rimangono soldati, è in loro l'anima dell'esercito. Distesi nei loro letti, sovente sorridono e scherzano. Gli stessi uomini, se fossero rimasti feriti nella vita privata, se fossero atterrati così dalle disgrazie del lavoro, riempirebbero le corsìe di lamenti. Dimostrano una forza, uno stoicismo, una serenità, un buonumore, che non erano in tutti, che vengono dall'immensa fusione delle virtù nazionali fattasi nell'ardente crogiuolo della guerra. Sono trasfigurati dalla fierezza e dalla nobiltà d'uno spirito collettivo. Essi rimangono inconsapevolmente eroi di fronte alla tortura fisica come di fronte al nemico. Non si arrendono al male.

Interrogati, raccontano con semplicità rude le loro gesta senza vederne il valore. Pare che parlino di cose di tutti i giorni. Si sente dire: «Sono stato ferito mentre tagliavo un reticolato» nel tono di chi dicesse: «Mi sono fatto male scendendo le scale di casa». Chi si aspettasse delle narrazioni romanzesche rimarrebbe deluso.

L'assalto? Roba da niente. «Tutto sta ad arrivare a una cinquantina di metri dagli austriaci — mi ha raccontato un calabrese ferito alla gamba — perchè fino a cinquanta metri sparano. Poi, giù, Savoiaaa!, e quelli alzano le mani. Ed è finito».

«E che impressione si prova quando si è a cinquanta metri dal nemico? e gli si va addosso?» — gli ho chiesto. La sua faccia abbronzata si è aperta in un largo sorriso mentre egli dava questa risposta imprevedibile: «Eh,... si gode!».