Sono senza rancore verso la guerra che li ha colpiti. Il loro pensiero torna con compiacenza fra i compagni che si battono, anche nella febbre, anche nel delirio. Un rude alpino gravemente ferito, supino e immobile, ha voluto scrivere qualche cosa sul ventaglio che gli avevano messo in mano per rinfrescarsi il volto febbricitante. Faticosamente vi ha tracciato col lapis questa frase: «Sempre avanti i bravi alpini per la grandezza della patria!». E, soddisfatto e assorto, egli agita stancamente il ventaglio, come se ascoltasse nel soffio leggero della carta il grido che le ha confidato.

Il suo letto è in fondo ad una grande sala. Ora l'alpino migliora, e sulla lavagna fissata alla spalliera un numero indica che la febbre scema. Quando le sue condizioni erano più gravi ed egli pareva moribondo, arrivò dal suo paese, da Belluno, il padre chiamato di urgenza. Era un grosso montanaro vestito a festa, dall'aria di fattore, con una gran catena d'orologio attraverso il panciotto, la faccia colorita tagliata da un paio di baffoni neri. Commosso, incapace di parlare, le mascelle convulse, gli occhi pieni di lacrime, il padre si fermò ai piedi del letto. E fu il figlio che, sorridendo con le labbra bianche, gli fece coraggio: «Vieni avanti, animo, non temere, vedrai che non è niente, diamine!...».

Questo soldato ritornerà alla vita e alla salute grazie al successo di una difficile operazione che egli ha subìto. Come lui, innumerevoli sono i feriti salvati dalla scienza e dall'abnegazione di chi li cura.

Un risultato così straordinario è dovuto prima di tutto alla perfezione delle prime medicazioni, fatte spesso in difficili condizioni sul campo, poi alla rapidità del trasporto dei feriti dalle ambulanze agli ospedali — per la quale si sono potuti ricevere a Milano dei feriti caduti il giorno prima sull'altipiano del Carso — e infine alla perizia, all'amore, all'infaticabilità dei medici e degli infermieri ai quali è affidata la cura vera e definitiva.

Se è meraviglioso l'organismo che abbiamo saputo creare nei servizi sanitarî della guerra, più meraviglioso è lo spirito che li anima. Nella lotta ostinata contro la morte, il personale ospedaliero di dottori, di dame volontarie, di suore, non si concede riposo. Le esistenze in pericolo sono difese con un accanimento silenzioso fatto di sacrifici. Se il morale dei feriti è così alto, molto si deve all'atmosfera di protezione affettuosa che li circonda, alla vigilanza attiva e ininterrotta che ognuno sente intorno al proprio male. Il male appare già guarito per il fatto che è così curato. Non ci si pensa più tanto, e la mente vola alle speranze.

Perciò il ferito sorride.

TRA LO STELVIO E IL TONALE.

18 agosto.

L'immenso saliente austriaco del Trentino che entra così dolorosamente nella terra italiana e s'incunea nelle nostre valli fino al lago di Garda, ha a nord-ovest un limite di vette smisurate. La frontiera, che s'innesta allo Stelvio, scende al sud serpeggiando sopra un candore di ghiacciai, finchè da sommità a sommità raggiunge i contrafforti e finisce fra il Garda e l'Idro a divorare le verdi pendici della Valle Toscolana, coperte di vigneti, dalle quali si domina la pianura bresciana.

Le vie di penetrazione, le vie dell'invasione capaci di un ampio movimento di masse corrono da nord a sud, lungo la Valle Giudicaria, lungo la valle del Garda, lungo la valle dell'Adige, ma il fianco occidentale è chiuso da un'immane barriera di alte cime che lasciano pochi e difficili varchi. Il nostro fronte comincia quindi, a ponente, sopra una tumultuosa distesa di creste, di ghiacciai, di nevai, in una maestosa tempesta di rocce. Sono le vette dell'Ortler, le vette del Cevedale, le vette dell'Adamello. Le zone di operazione si distendono talvolta oltre i tremila metri di altitudine. La guerra che romba sulla marina nel golfo di Trieste, fra le ardenti scogliere delle giogaie carsiche, si svolge all'estremo fianco sinistro nel perenne e rigido inverno delle nevi alpine.