L'Austria ha l'ausilio dei contrabbandieri e dei cacciatori tirolesi di camosci. Bisogna riconoscere che la guerra amareggia profondamente i contrabbandieri, e con ragione: spostando le frontiere la loro industria finisce. La simpatia dei frodatori di dogane è andata tutta alla nostra nemica. Vi è stata una leva in massa di tali gentiluomini, che costituiscono su questa zona una piccola milizia indipendente di franchi tiratori.
Sono loro, conoscitori profondi della montagna, che presidiano le vette più alte. Stanno alla posta; sanno da dove potrà spuntare un soldato e aspettano, dietro ad un fucile di precisione, che tira spesso a palla esplosiva, munito di alzo a cannocchiale, montato su cavalletto.
Le esplorazioni sono come un duello all'americana. Nell'immenso caos di pietra, la lotta è fra pochi uomini. Si fanno giorni e giorni di marcia su incredibili sentieri da capra, per arrivare addosso ad una pattuglia da una parte non vigilata. Si sta per lunghe giornate immobili, attaccati ad una roccia, sopra due palmi di cornice al bordo di un abisso, per sorprendere il movimento imprudente di un uomo, che è attaccato ad un'altra roccia, sopra un altro abisso.
Vicino al passo di Falzarego, ai piedi della Prima Tofana, la più prossima al vallone, vi è una vetta più bassa che i nostri chiamano il Castello. Tutti i nomi, anche gli antichi, ricordano castelli e torri, tanto l'idea di costruzioni sovrumane sorge spontanea. Nel fondo del vallone, proprio sotto all'Averau, sono le Cinque Torri, delle masse rossastre, isolate, che sembrano i resti di qualche fortezza favolosa. Dunque sul Castello c'era un posto austriaco. Una notte, una audace pattuglia nostra è andata a sorprenderlo.
La scalata era impossibile. Non potendo arrivare dal basso bisognava arrivare dall'alto. Dopo un lungo cammino sulle cornici della Tofana, i nostri poterono calarsi con una lunga corda sopra una specie di angusto pianerottolo che sovrastava il posto nemico. Udivano, mentre scendevano lungo la fune, gli austriaci discorrere sotto a loro, nel buio. La conversazione si cambiò in un gridìo di spavento e di dolore, quando una grandine di granate a mano scoppiò fragorosamente sul Castello, illuminandolo di baleni azzurrastri. Poi silenzio profondo.
Qualche minuto dopo i nostri si aggrampavano l'uno all'altro sorpresi, e si stringevano contro la parete di pietra, immobili. Delle altre granate scoppiavano ora in alto, su delle sporgenze della roccia, sopra a loro. Un posto austriaco annidato sulla vetta della Prima Tofana li cercava a colpi di esplosivo. I tre aggruppamenti nemici si sovrastavano a trecento metri l'uno dall'altro.
Qualche volta di notte, da punte altissime scende la luce viva di un razzo illuminante, la cui fiamma bianca rimane sospesa come una meteora. Dei proiettori si accendono e rischiarano a una a una le asperità delle rocce. Anche sul Col di Lana improvvisamente si vedono spesso apparire nel colmo della notte vividi chiarori, come sulla vetta d'un vulcano.
La vita sulle Tofane, faticosa, terribile, ha però dei lati che seducono lo spirito avventuroso dei nostri soldati. È una guerra selvaggia nella quale si esaltano le virtù individuali. Ognuno può avere il suo metodo, la sua tattica, il suo piano. Si vive entro spaccature delle rocce, senza ricoveri, senza tende. Delle pattuglie si sperdono, talvolta in quel labirinto di orrori e tornano sfinite dopo due o tre giorni di ascensioni e di discese nella immensità misteriosa di dirupi irriconoscibili.
Fu in questa guerriglia delle Tofane che rimase ucciso il generale Cantore, mentre si sporgeva a guardare un appostamento nemico.