La situazione su quella vetta, a 2400 metri, è così bizzarra che un giorno un colpo di cannone ci ha portato un prigioniero. Una granata nostra ha demolito un angolo di una trincea austriaca, e l'angolo è franato giù fino alla trincea italiana trascinando nel terriccio e fra i sassi del parapetto crollato un soldato tedesco, tutto stordito e impolverato.


Mentre contemplavamo questo straordinario campo d'azione, il vallone di Andraz risuonava lungamente di cannonate, che acquistavano fra le falde dei monti e per le gole una sonorità fantastica. Ad ogni colpo la montagna faceva un commento senza fine. Lo ripeteva, e lo ripeteva, lo lanciava e lo riprendeva, dandogli la continuità di uno scroscio immane.

Poi una batteria non lontana da noi ha aperto il fuoco, e la torre titanica dell'Averau ha urlato. Era un effetto d'echi di una grandiosità paurosa. Dopo l'esplosione, metallica e violenta, passava qualche istante di silenzio, e improvvisamente la roccia, dall'altra parte, tuonava. Pareva qualche cosa di vivo quel ruggito, pareva la vera voce di quegli smisurati giganti di pietra, che hanno forme così personali e violente, una voce apocalittica. Dopo l'Averau, le alti pareti del Nuvolau rombavano, con oscillazioni fuggenti nel suono profondo. Quando si acquietavano le vette vicine, si udivano lontano brontolare ancora le balze del Busella.

Per qualche tempo l'ascensione dell'ultimo tratto ci ha chiuso ogni vista con un paesaggio di macigni. Pareva di salire il gradino di un girone dantesco. Arrivati al rifugio ci siamo affacciati sopra un panorama di orrore, sopra un mondo inverosimile, tutto muraglie titaniche, tutto picchi, tutto cuspidi, affascinante, spaventoso, sublime, solcato da abissi, tagliato da canaloni angusti come corridoi, chiusi fra pareti immense, un mondo privo di terra, privo di vita, fatto di pietra nuda, foggiata in una convulsione di forme soprannaturali, senza declivî, senza una curva, angolose, strapiombanti, vertiginose: il paesaggio delle Tofane.

Quale terribile terreno di guerra questo incubo di rocce! La torre dell'Averau non era che un'avanguardia. Tutte le montagne qui sono torri, sfaldatesi lentamente in miriadi di secoli, torri che accendono le loro guglie oltre i tremila metri nello splendore luminoso delle terse altitudini gelate del mondo, e che precipitano i loro speroni a picco in voragini che il sole non tocca mai fino al fondo.

Sono moli prodigiose, striate di rosa e di grigio, alle quali la regolarità delle stratificazioni geologiche dà un'apparenza di costruzione favolosa, di cose volute, di edifici incomprensibili e immani eretti per sovrapposizione di pietre a ranghi, come l'uomo erige le sue mura minuscole e presuntuose.

Canaloni creati dall'allargarsi di spaccature profonde chilometri, offrono i rari e difficili accessi alle altezze; le frane dei detriti vi hanno formato come delle sterminate cateratte cineree e immobili. Su quelle cateratte la nostra fanteria s'inerpica, e a poco a poco si scorgono i sentieri che essa vi traccia, sottili, tortuosi e scoscesi.

È impossibile descrivere, ed è difficile capire la nostra azione in quel labirinto infernale, in quel paesaggio da tregenda. Fra il gruppo delle Tofane e l'Averau passa la continuazione della strada delle Dolomiti che va a Cortina. Verso l'oriente, in fondo ad un allargamento lontano e luminoso di vallate, vedevamo un po' di verde, un po' del mondo nostro, e nel verde una deliziosa cittadina che pare fatta di ville: Cortina. Dalla parte opposta, una barriera maestosa e orrenda di vette, sorelle delle Tofane, un caos di punte aguzze che la strada valica ad una depressione, detta il passo di Falzarego. Il gruppo delle Tofane è traversato da nord a sud dalla gola di Travenanzes, nella quale abbiamo fatto numerosi prigionieri. Quasi tutte le strade sono in mani nostre.

Ma le occupazioni delle vette s'intrecciano. Le linee dei fronti s'infrangono, per così dire, sull'inaccessibile, e i frammenti, composti di piccole pattuglie, vagano, ascendono, scalano, si sorprendono. È la caccia. Caccia meravigliosa e appassionante da cercatori di nidi d'aquila.