Erano minuscoli aggruppamenti di quelle pittoresche casette da paese nordico che nelle vallate cadorine chiamano tabià. Salesei, Pieve di Livinallongo, Agai, Franza, formano nel verde un disseminamento di piccoli edifici e di macerie. Agai fu bombardato con proiettili incendiarî sparati da Corte il 9 luglio. Divampò ai primi colpi. Il nemico tentava di ostacolare la nostra occupazione di Pieve, cioè di paralizzare il nostro movimento ai piedi del Col di Lana sul quale ci preparavamo a salire.
Nella notte del 14 luglio le truppe destinate al primo attacco marciarono lungamente per i sentieri della foresta, risalendo nel fondo della valle d'Andraz, contornando le falde del monte. La notte era oscurissima, ma di tanto in tanto di fra i rami degli abeti scendeva improvviso e vivido un raggio bianco, che illuminava i tronchi e le pietre; i soldati si fermavano un istante nelle ombre. Erano i proiettori austriaci che frugavano gli approcci. Investiti dal chiarore subitaneo, i nostri avevano sempre, per un istante, l'impressione di essere stati visti, come se quel raggio fosse stato uno sguardo soprannaturale e fosforescente, e impugnavano il fucile in atteggiamento guardingo. Poi le tenebre si richiudevano più profonde; il lieve rumore eguale dei passi era coperto dallo scrosciare del torrente.
L'assalto dato il 16 luglio conquistò i primi trinceramenti, sui contrafforti che scendono verso Agai e verso Pieve. Fu preparato da un intenso fuoco di artiglieria. I cannoni tiravano alternativamente prima a granata, per demolire le difese e forzare il nemico ad abbandonarle, e poi a shrapnell per colpirlo nella fuga. L'assalto fu magnifico. Si videro le nostre file uscire dal folto del bosco nelle prime radure e salire con un impeto irresistibile, formando un formicolìo grigio e veloce e ululante su tutto il costone. Delle mine scoppiavano; il fumo e il polverone delle esplosioni avvolgevano a tratti l'assalto in un nembo rossastro; poi al dissiparsi della nube si scorgevano i nostri che proseguivano, colmando i vuoti, finchè sparirono tutti nella trincea nemica. I lavori di rafforzamento furono rapidi. Qualche giorno dopo, un altro passo avanti.
All'imbrunire furono portati due pezzi lassù. Venivano issati adagio adagio, nel buio. Lunghe file d'uomini silenziosi tiravano le corde, puntando i calcagni ai tronchi degli alberi, e non si udiva che il loro ansimare. A mezzanotte i due pezzi erano fuori delle posizioni, pronti. Erano a sessanta metri dalle trincee austriache. Ai primi colpi, così vicini che le spolette erano graduate a zero, gli austriaci sorpresi abbandonarono le trincee e fuggirono attraverso le ultime propaggini del bosco, poi sui prati macilenti dell'erta vetta.
Il 28 luglio l'attacco progrediva sul costone sud che scende verso Pieve. Il 4 agosto, un altro assalto, e si prendeva l'ultima linea di trincee austriache, oltre le quali non ci sono più che le ridotte: il Panettone e il Cappello di Napoleone. Ma appaiono formidabili.
La nostra artiglieria le batte con una precisione stupefacente, ma la loro posizione elevata le protegge in parte dal fuoco. E l'artiglieria austriaca, ben nascosta dietro qualche spalla del monte Sief, che è quasi una seconda vetta, più lontana, del Col di Lana, può concentrare efficacemente i suoi tiri sulle due ridotte al momento in cui fossero prese. La preparazione di ogni movimento deve essere accurata, lunga. Ad essa si dedica, con una volontà ferrea e una ingegnosità fertile di risorse, un ufficiale superiore che porta uno dei più gloriosi nomi guerrieri del mondo. La fiducia delle truppe è immensa.
E il loro buon umore anche. Se fossimo nelle loro trincee sentiremmo chiacchierare e ridere. Soltanto le vedette, rigide nell'attenzione, tacciono guardando per le feritoie. Di tanto in tanto dei dialoghi singolari s'intrecciano fra trincee italiane e austriache, alla notte, quando il silenzio porta lontano le voci sommesse.
Una notte una squadra nostra avanzava fuori della trincea, strisciando dietro ai sacchi di terra sospinti e rotolati. Le vedette nemiche se ne accorsero e uscirono pure dalle posizioni per poter sparare. Dei colpi di fucile risuonarono. Le due squadre rimasero in silenzio a scrutarsi nel buio. Allora un soldato torinese che parla tedesco bisbigliò da dietro il suo sacco: «Venite giù, vi trattiamo bene!» — Dopo un breve silenzio una voce dall'alto rispose, nello stesso tono: «Non possiamo, c'è l'ufficiale, dietro a noi, che ci sparerebbe addosso!»
Qualche volta i tedeschi attaccano la testata delle trincee d'approccio, per interrompere i lavori di zappa. Gettano allora centinaia di granate a mano; anzi, spesso non le lanciano nemmeno, le lasciano rotolare giù con la loro miccia accesa che fa un frullìo da trottola; si direbbe che ne rovescino dei cesti. Anche le mine aeree sono entrate in azione. I nostri, con un colpo di mano, sono riusciti una volta a portar via un lanciamine e a fare dei prigionieri.