La nostra azione ha tessuto una rete di operazioni offensive intorno al Col di Lana, prima di attaccarlo. Ci spingemmo subito a prendere cime e passi, affacciandoci da ogni parte, comparendo sui fianchi dei colli, conquistando vette, aprendo strade, permettendo alle nostre artiglierie pesanti di arrivare su posizioni inaudite, dalle quali hanno aperto il fuoco contro i forti austriaci eretti sulla zona del Cordevole. Avemmo notizia il sei luglio del primo bombardamento sistematico delle opere di Corte e della Tagliata Tre. Altri forti erano bombardati presso Falzarego.

Gli austriaci tentarono replicatamente di scacciarci dalle nostre posizioni avanzate, di spezzare la catena delle nostre operazioni, ma non riuscirono mai. Attaccarono il 9 luglio, per due volte, durante la notte, le nostre forze alla testata al vallone Franze, cioè delle forze che si avvicinavano da nord-ovest al Col di Lana. Attaccarono sull'aspro vallone di Travenanzes, fra le Tofane, il 23 e il 27 luglio. Il 29 attaccavano di notte, di sorpresa, le cime di Pescoi e il Sasso di Mezzodì, a ponente del Col di Lana, del quale eravamo già parzialmente in possesso.

Fu il 16 luglio che la nostra fanteria conquistava alla baionetta le prime pendici del monte. Visto dall'immenso gradino, tutto chiaro di rocce sgretolate, che sale al passo dell'Averau, avevamo l'illusione di vedere il Col di Lana vicinissimo, sotto a noi, illuminato in pieno dal sole mattutino. Vedevamo distintamente le trincee, i passaggi coperti, le blindature. Le posizioni nostre e quelle del nemico sono ad una ottantina di metri.

Non si ha idea di queste trincee che rampano sul declivio scosceso, di questo attacco millimetrico che si attacca con gli artigli alle falde della montagna che scava. Non si spara più, non si può più sparare il fucile. Il dislivello precipitoso copre gli uni e gli altri. Si combatte a furia di granate a mano.


Il monte non è roccioso, ma ha la linea ardita di un cono, e sulla sua sommità un'erba povera e grama verdeggia. Non è sulla estrema aguzza vetta che si combatte. Dalla vetta scendono due costoni, che, poco sotto alla cima, avanzano ognuno una specie di gobba, ad altezze diverse. Su queste due gobbe gli austriaci hanno scavato due ridotte, munite di blindature a terrapieno, con delle trincee così profonde che sembrano spaccature. Nell'ombra di questi solchi nulla si muove. Gli uomini sono affossati nel buio. Noi vedevamo dall'alto e di scorcio queste posizioni, e avevamo l'impressione di un allineamento di fosse regolari colme d'oscurità.

Intorno l'erba è scomparsa. Il suolo rossiccio ha l'aspetto della terra lavorata di fresco. Tutta la parte superiore del monte è come vangata dalle esplosioni delle granate. Sembra scorticata. Anche la vita vegetale è fuggita. Le due ridotte, sporgendo sui costoni, dominano. Un poco al disotto, altri solchi, più sottili, si direbbe più svelti: le trincee che assaltano. Si vedono venir su come delle serpi, tracciando una linea piena di violenza, a zig-zag. La testa avanza, si tende, e la coda si perde in basso fra le prime boscaglie, fra gli abeti più snelli e più arditi, avanguardie della selva che sembra montare all'assalto anche lei, tutta irta di punte verdi.

In mezzo agli alberi, del legname biancheggia in un disordine da cantiere. Si combatte il nemico e il freddo, si scavano trincee e si fanno rifugi, si lotta e si lavora, bisogna vincere l'austriaco e la montagna. Ma tutto questo s'indovina senza vederlo. Le nostre posizioni sembrano deserte come quelle avversarie.

Per riconoscere quei due cucuzzoletti fortificati i soldati hanno dato loro un nome. Uno a destra, più alto, lo chiamano il Cappello di Napoleone; l'altro il Panettone. Ci vuole una straordinaria fantasia per riconoscere la più vaga somiglianza fra quelle due fosche ridotte e le cose indicate dai loro nomi, ma su tutto il fronte sorge la necessità di creare una nomenclatura per località anonime, che prendono inaspettatamente un interesse enorme nella storia degli uomini compensandosi così della oscurità profonda del loro passato, e nulla di più bizzarro di questi nuovi nomi che entrano gravemente nelle carte dello Stato Maggiore e nell'uso della guerra.

Sotto al sinistro sconvolgimento di solchi e di scavi, pieno di una truce immobilità, più in basso del bosco, dove i declivî si addolciscono nella valle d'Andraz e si chiariscono di prati, biancheggiano villaggi abbandonati. Alcuni sono in rovina, altri, distrutti dal fuoco, non mostrano più che i basamenti di pietra sui quali le casette di legno s'innalzavano con i loro tetti neri e scoscesi. Gli austriaci quando non possono più difendere distruggono. Cercano di privarci di ricoveri e mettere il gelo dalla loro parte.