Andiamo verso delle posizioni gremite di soldati, ma si direbbe di salire in regioni deserte. Non si vede nessuno. Le carovane e le salmerie salgono ad ore fissate. Il movimento delle retrovie non si sgrana in una continuità di animazione. Qualche piccolo posto, di tanto in tanto, qualche guardia ai ponti rustici che scavalcano il torrente, il fumo di un rancio che cuoce fra due pietre alla fiamma di legni resinosi, un battere di scure vicino ad una tabià abbandonata, il biancheggiare di una tenda fra gli abeti; poi, per ore, più niente.

Abbiamo lasciato molto lontano, laggiù nelle grandi vallate percorse dalle arterie migliori della viabilità, la interessante e fervente operosità che segue e serve la guerra. Carri di tutte le forme, di tutte le regioni, in lunghe file lente, scroscianti sulla ghiaia delle strade maestre con un fragore che ricorda la fucileria lontana; mandrie di buoi, docili e tardi, che bloccano il traffico impaziente delle automobili, e che si fermano placidi a guardare, con una curiosità umana nei grandi occhi umidi, la macchina palpitante che vuol passare, verso la quale allungano il largo muso annusando perplessi; squadre di grigi carri a motore che oscillano e rombano fuggendo fra nubi di polvere; reparti di cavalleria in servizio di perlustrazione, che rallegrano come l'evocazione più pittoresca delle vecchie guerre nelle quali una valanga di cavalli e di uomini, luccicante di sciabole roteate, decideva le sorti della battaglia; convogli di furgoni e di cassoni, attaccati alla postigliona, che spandono un fragore metallico e profondo, carichi di cartucce e di granate....

Tutto questo movimento, che incipria di polvere le siepi, sosta, si addensa e dilaga rumorosamente in strane città di baraccamenti, di tettoie, di hangars, sorte come per incantesimo, città di tappa e di deposito biancheggianti di legname nuovo, punteggiate da uno sfarfallìo di bandiere, gremite di soldati, piene di attività disciplinata. Parchi di automobili, parchi di cavalli, parchi di muli, formano da lontano delle grandi striscie grige o nere che si prenderebbero per ammassamenti regolari di truppe in rango. I rifornimenti si accumulano a montagne in magazzini che sembrano quelli di un porto. I vecchi paeselli vicini, i veri, non sembrano più che dei sobborghi in muratura delle città di legno, sobborghi pieni anche loro di un grigio affollamento di soldati e trasformati in sedi di uffici, di comandi, di ospedaletti.


Queste zone sono il dominio della Territoriale. La milizia territoriale è per tutto, fa di tutto, s'incontra nelle retrovie e qualche volta anche sulle posizioni, ed ha preso alla guerra un'aria marziale di Vecchia Guardia, rigida alla consegna. Ai ponti, a certi passi, c'è sempre una fiera sentinella dai grandi baffi, con qualche capello grigio sulle tempie, vestita spesso di quell'uniforme pelosa color tabacco che la guerra ha fatto scaturire non si sa da dove, armata di un fucilone che aumentato da una baionetta di quattro palmi pare una lancia, una sentinella inappuntabile e grave, che ferma inflessibilmente anche il generale e domanda il salvacondotto. Sono dei territoriali che, a passo lento, muniti di pungolo, conducono le mandrie dei buoi; e sono territoriali i carrettieri che vanno al sole e all'acqua su tutte le strade maestre, seduti in cima ad un carico di munizioni o di galletta, coperti talvolta del vecchio cappotto azzurro, caro al nostro ricordo.

È forse per colpire qualche nostra stazione di rifornimento, qualche centro di tappa, qualche grande convoglio in marcia, che gli austriaci allungano i tiri indiretti dei loro medî calibri in cerca delle nostre strade in fondo alle valli? Essi hanno il colpo facile. Tirano appena vedono la più piccola cosa, e anche se non la vedono: basta che la immaginino. Certo non mancano, all'apparenza, di munizioni. Non proporzionano mai il costo della cannonata al valore del bersaglio. Quando possono, tirano con l'artiglieria anche sopra un uomo solo e sulle case abbandonate.

Dalla vetta del Col di Lana essi piombano lo sguardo nella valle italiana del Cordevole, e ogni tanto, come anche il comunicato ufficiale ha annunziato, vi fanno arrivare qualche grossa granata dalle vicinanze di Cherz, cioè da una dozzina di chilometri, senza una ragione evidente. I colpi passano su delle vette boscose, infilano una gola, e vengono a cadere nelle vicinanze di Caprile, un paesello sull'antica frontiera, alla confluenza del Fiorentina col Cordevole.

Vengono a cadere a piombo, con un gran frastuono di echi nella piccola conca che si apre intorno al paese. In una balza, a mezza costa, in alto sopra al villaggio, c'è un edificio bianco, che era un modesto albergo «Belvedere», e che ora contiene un ospedale. Sono salito lassù iersera per cercarvi un ufficiale amico che credevo ferito, ed ho trovato tutto il personale medico fuori, sulla spianata, intento ad osservare curiosamente in terra una gran buca profonda e slabbrata. Una granata austriaca era arrivata poco prima; s'era affondata scoppiando nel terriccio bagnato, e aveva lanciato zolle di fanghiglia a butterare tutto il fianco destro dell'ospedale. I vetri delle finestre erano infranti, una persiana pendeva. Due dame della Croce Rossa tranquillamente s'affacciavano a guardare.

Il passo duro e robusto dei muli ci porta verso le pendici dell'Uomo, sulle alture di San Pellegrino. Siamo sopra le ultime balze meridionali del Marmolada, i cui ghiacciai vedevamo ieri dalla vetta dell'Averau scintillare a ponente. Questa esclusione ci conduce a sudovest della zona già vista; percorrendo il fronte facciamo un passo indietro per vedere un altro aspetto della lotta sulla valle del San Pellegrino.