È una valle che corre da occidente ad oriente e offre un passaggio che congiunge la valle italiana del Cordevole con la valle austriaca di Fassa, presso a poco come il taglio di un A congiunge le due gambe della maiuscola. Verso il vertice dell'A c'è il Marmolada, e la frontiera scende serpeggiando dal vertice.

Si tratta di un passo secondario, di transito difficile perchè qui, come in tante altre valli, per ragioni di difesa noi non avevamo fatto giungere le nostre strade carrozzabili fino alla frontiera. L'Austria ha spinto su tutti i confini ottime strade militari, e a noi, in condizioni d'inferiorità, non conveniva allacciarle alle nostre vie. Avremmo favorito l'invasione che vedevamo preparare. Così, su moltissimi valichi le strade austriache e quelle italiane sono separate da chilometri di montagna selvaggia. Ma la valle di San Pellegrino ha qualche importanza strategica, perchè comunicando con la valle italiana del Cordevole essa forma uno sbocco sulle nostre retrovie.

Noi la sbarriamo. Nel fondo, pieno di un'ombra verde e melanconica, verdeggiano dei prati folti; si distendono, limitati da fossi e da muricciuoli, piccoli campi da pascolo, disseminati di tabià e di casette, e ciuffi di alberi mettono qua e là la macchia scura delle loro chiome. Ma poco lontano dal torrente, sui fianchi, i prati ascendono subito, come tappeti distesi sopra una scala, e, precipitose, le balze dei monti si levano, coperte di abeti e coronate di rocce.

Nel mezzo della valletta, sotto a noi, vediamo delle rovine calcinate. Sono i resti del villaggio di San Pellegrino. C'era un albergo, c'era una chiesuola, un gruppo di casupole intorno. Gli austriaci hanno bruciato tutto ritirandosi, ed ora bombardano le macerie. Rimangono dei muricciuoli bianchi a disegnare il basamento degli edifici, e uno sgretolamento di pietre. Le fondamenta delle tabià bruciate disegnano sul velluto dell'erba tanti quadratini chiari, come dei minuscoli recinti. Poco più lontano in un laghetto calmo dorme il riflesso verde e profondo delle pendici.

A perdita d'occhio, nessuno. La valle abbandonata, solitaria, è di una tristezza indicibile. È piena di una cupa desolazione. Osservandola bene, si scoprono dei solchi sottili che la percorrono e la traversano, serpeggiando neri fino alle pendici. La vita che resta nella valle passa in quei solchi, invisibile. Sono sentieri affossati, passaggi coperti, trincee d'incamminamento, labirinti scavati dalla guerra e che fanno pensare all'opera di strani animali da tana. Di tanto in tanto, due, tre colpi di cannone. Vengono dal basso, vengono dall'alto, da artiglierie in agguato che si cercano. Qualche nuvoletta si forma, e il rimbombo lungamente percorre la valle.


È anche qui il tiro a granata sull'uomo isolato, tiro inutile ma perseverante. Al mattino gli austriaci hanno la luce in faccia, non vedono niente e stanno zitti; ma verso mezzogiorno i loro osservatorî, alti sui picchi, cominciano a cercare, e per un mulo bombardano. Quando la nebbia benda le cime, si fa riposo.

Dal fondo della valle, per scoscesi costoni, la lotta sale subito verso il Marmolada, e balza a tremila metri sulla Punta Tasca, che noi vediamo vicina, affondata nelle nubi, dalle quali emergono magicamente e scendono a picco, vertiginose, le prodigiose pareti grigiastre e fosche, senza fine visibile, come favolosi pilastri del firmamento. Lassù è la caccia delle pattuglie. Più in basso, lungo la cresta rocciosa di Costabella, vediamo i posti avanzati del nemico, così vicini che parrebbe di potersi fare udire da loro gridando. Ogni punta della roccia ha il suo piccolo appostamento. L'ultimo nostro e il primo loro si guardano da poche centinaia di metri come due torri di uno stesso castello.

Si scorgono le difese ausiliarie del nemico. Avanti ad una minuscola barricata di sassi, fra gl'interstizi della quale le vedette spiano, si disegna contro al cielo, sul costone, la ragnatela dei reticolati, e più avanti i così detti «cavalli di Frisia», che furono una difesa romana, incrociano le loro sagome a cavalletto.

Più volte il nemico ha tentato di sloggiarci. Una notte un pattuglione di trenta uomini, arrivando per il Passo Le Selle, assalì una nostra posizione avanzata, sulla cima dell'Uomo, sotto alla Punta Tasca. La posizione non aveva che nove difensori: un sottotenente, un caporale, sette soldati. Arrivati di sorpresa, gli austriaci con la prima scarica ferirono un soldato e ammazzarono l'ufficiale. Il plotone non pensò a ritirarsi. Si difese con rabbioso accanimento, e quando sentì gli austriaci vicini, balzò fuori alla baionetta. Non si resero conto del numero dei nostri, i nemici; la resistenza li aveva ingannati. Al contrassalto fuggirono; lasciando anche alcuni prigionieri. Questo avvenne nella notte del 28 luglio.