Due giorni dopo tornarono in forze. Avevano persino appostate delle artiglierie al Colle Ombert, i cui colpi passavano sulla cresta di Costabella. Ma furono respinti.

Alle volte sono i nostri che immaginano qualche spedizione, che architettano un colpo; tre o quattro soldati studiano il loro piano, vanno ad esporlo all'ufficiale per l'approvazione, e felici se ottengono il permesso di attuarlo partono al cadere del giorno.

Profittando della inaccessibilità di un punto, sotto alla Costabella, al quale soltanto dal lato austriaco si poteva arrivare, una pattuglia nemica vi si era appostata. Tre soldati nostri pensarono di andarvisi a calare con delle corde da un ciglione soprastante. E alla notte gli austriaci sbalorditi si videro comparire addosso un luccicore di baionette, al quale ritennero prudente di presentare le mani levate e inermi, col gesto tradizionale della resa.


Sono valorosi gli austriaci, ma non insistono. Hanno l'eroismo sobrio, e qualche volta si prendono dei prigionieri che, poco pratici della lingua italiana, hanno previdentemente preparato un biglietto sul quale è scritto: «Mi rendo prigione, prego non uccidermi». Nell'istante critico lasciano il fucile e porgono il documento. È una trovata che ha un fondamento psicologico; la carta impone rispetto alla massa; anche in un momento di furore, chi si vede presentare uno scritto, si calma e lo legge.

L'azione delle pattuglie esploratrici è tutta fatta di trovate personali. Anche ieri, quattro soldati si sono presentati al loro capitano: «Abbiamo visto una vedetta austriaca — gli hanno detto — e vorremmo andare a prenderla». — «Bene, accordato». E sono partiti iersera, verso mète ignote, per passaggi che loro soli conoscono. Non sono ancora tornati, ma non si è udita fucileria sulla montagna, e forse in questo momento essi stanno alla posta rannicchiati in un crepaccio o strisciano carponi lungo una cornice di roccia, sospesi su mille metri di abisso.

Scrivendo, si prova un non so quale ritegno a insistere sull'ardore, sull'entusiasmo, e sopra tutto sul buon umore dei nostri soldati, su questa contentezza gagliarda che si espande in canti e in risa nei più sinistri e mortali centri della lotta, sulla volontà di fare e di dare con generosità smisurata di sè stessi, su questa freschezza d'animo che non ha sospiri se non per la vittoria, sulla disciplina meravigliosa che è fatta dall'unità del pensiero, dal tacito accordo delle volontà, da una solidarietà fraterna. Si prova ritegno a dirne, perchè si ha come un vago timore di essere accusati di esagerazione. La verità pura può sembrare inverosimile nella sua bellezza a chi è lontano. Tutta l'Italia palpita di entusiasmo e di fede, ma il fuoco più ardente è nel cuore dell'esercito.

Avviene spesso che i soldati malati rifiutino di darsi malati. Debbono gli ufficiali vigilare, informarsi, riconoscerli, andarli a togliere da lavori faticosi: «Tu hai la febbre, ritirati, vai all'infermeria». — «Signor no, non è niente, passerà!». Così i miracoli si compiono. Non vi è sacrificio, non vi è difficoltà, non vi è ostacolo, avanti al quale il nostro soldato si fermi.


Le più grandi difficoltà erano opposte dalla montagna, e in qualche zona sono le fanterie che le superano. S'incontrano bersaglieri romani e fucilieri fiorentini, che non avevano mai salito un monte, operare alle altitudini del camoscio, lietamente, senza una indecisione, facendo comparire strade e sentieri dietro ai loro passi, verso l'inaccessibile. E sull'inaccessibile, l'alpino. Tutto ciò è straordinario, ma è impossibile ridire invece l'aria di naturalezza e di consuetudine che queste cose assumono quassù. Si compiono come se si fossero fatte sempre.