È come se si finisse di mettere insieme una macchina quando la macchina è già in pieno movimento. Le unità grandi e piccole si spostano per l'azione, e le forze integratrici le raggiungono senza errori, ed i servizî, mentre si completano, mutano e allungano continuamente i loro itinerarî, facendo fronte a tutti i bisogni. In questo periodo preparatorio si compiono prodigi, si superano difficoltà enormi; l'intelligenza, l'iniziativa, l'abnegazione di tutti risolvono problemi giganteschi di logistica, e il profano non riesce neppure a sospettarli avanti alla grandiosa visione dell'ordine, della puntualità, dell'esattezza, che dànno all'immane movimento la regolarità prodigiosa di un palpito.
Ebbene, questa regolarità nasce lontano dalla zona di guerra, e noi vogliamo ora indicare alla riconoscenza nazionale, oltre agli uomini che tengono nel pugno la formidabile e stupenda organizzazione militare, un altro prezioso fattore di quest'ordine mirabile: i ferrovieri. Essi, dai loro capi supremi all'ultimo manuale, sono al di sopra di ogni elogio. Non hanno più orarî di lavoro, non conoscono altra legge che la necessità, si dànno all'opera infaticabilmente, si moltiplicano, pare che per le luccicanti rotaie si propaghi fino a loro la febbre di attività combattiva delle truppe.
Non giudichiamo il servizio attuale delle ferrovie dal ritardo dei treni viaggiatori. È già un miracolo che vi possano essere tanti treni viaggiatori. Nei primi quattro mesi di guerra s'impiegavano tre giorni per andare da Modane a Parigi. Noi riusciamo a mobilizzare le truppe lasciando al commercio il suo movimento. I ferrovieri italiani sanno stare al loro posto di combattimento.
Il traffico di certe linee è centuplicato. Delle reti ferroviarie giudicate deficienti ai bisogni normali, sono portate ad un rendimento tremendo, favoloso. Non un convoglio militare indugia sulle vie ingombre, e sono centinaia e centinaia di convogli lunghissimi che s'inseguono. I viaggiatori ritardano, ma essi debbono essere i primi a non lagnarsi, perchè al di là delle tendine calate, nei loro vagoni chiusi, essi odono il rombo perpetuo dei treni colmi di truppe, adorni di verdure, dai quali si spandono sulla campagna cori formidabili e guerrieri. E quelli arrivano in orario.
Dove hanno imparato i nostri soldati i loro canti di guerra? Come risorgono queste antiche canzoni militari che accompagnarono le battaglie della nostra Resurrezione? Chi ha inventato i nuovi inni della nuova guerra? Questa musica rude e ingenua pare che sgorghi spontaneamente dalle masse armate, come si leva l'ululato dalla tempesta. Sono arie primitive rese fiere dalla bufera delle voci, sono rozze strofe ma impetuose e solenni come un giuramento.
Andiamo in guerra
Tuona il cannone
Trema la terra
Ma il nostro sangue non tremerà!
ho udito cantare in una stazione, da un treno in partenza, mentre un altro più lontano urlava: