Gli austriaci non avevano preveduto la possibilità di portare delle artiglierie pesanti sulle balze della Val Dogna. Non immaginavano che la montagna potesse in poche settimane venir solcata, tagliata e ascesa da strade ruotabili di una fantastica arditezza. Vi erano solo dei sentieri da cacciatori e da contrabbandieri. Nei primi tempi della guerra ogni carovana, ogni salmeria che s'inerpicava sulla valle perdeva qualche mulo. Il terreno si sfaldava, lembi di sentiero franavano, e le più solide bestie da soma spesso scivolavano nei passi angusti e scoscesi, perdevano piede, si dibattevano per un istante annaspando convulse con gli zoccoli, ogni muscolo teso e fremente in un muto terrore, e precipitavano nel burrone, le zampe in aria, in mezzo ad una valanga di terriccio e di sassi. Ora l'automobile sale le stesse pendici.
La strada pare che assalti le balze; passa da una all'altra con quel serpeggiamento ascendente, serrato e folle che hanno certi razzi. Va su, va su, tagliata nel macigno; s'inerpica su delle vere pareti; sembra da lontano, in certi punti, un zig-zag tracciato sopra un muro gigantesco. Non ha parapetti ancora, è larga poco più della vettura, sovente le ruote lasciano cautamente il loro solco lieve ad un palmo dall'abisso. Sporgendosi si scorge il biancheggiare lucente e vivo dell'acqua che scorre precipitosa giù nel fondo, nell'ombra, fra macigni lavati e chiari intorno ai quali essa mette effervescenti collari di spuma. Le volute percorse pochi momenti prima salendo, sono sotto, a picco, già lontane nella profondità. Più avanti o più indietro la strada sembra sempre troppo angusta per potervi passare, e si ha l'impressione di doversi sentir slanciare da un momento all'altro nel vuoto. Ad ogni giro essa manca allo sguardo, sparisce, non è più che un taglio, una soglia oltre la quale non c'è più niente.
Strade mirabili, strade prodigiose aperte dalla guerra! Hanno nel loro tracciato stesso una violenza e un impeto, come un segno di volontà ferma, la volontà di passare, la decisione di non conoscere ostacoli. Sono comparse ovunque, come per incanto, ad ogni altitudine, attraverso regioni impenetrabili ancora chiuse al traffico umano come all'inizio dei tempi. Solide, incancellabili, queste arterie della nostra forza scavalcano ponti di pietra, si appoggiano a muraglie massicce, e sul sasso appena tagliato si vedono scolpiti simboli di armi, frasi lapidarie di ricordo, date, numeri di reggimenti, che narreranno al più lontano avvenire questa magnifica storia che noi viviamo, come quei cippi che ai margini delle strade romane le legioni creatrici piantavano.
Davanti a queste opere gigantesche che sorgono da una settimana all'altra, ci si ricorda stupiti che un male dell'Italia è la deficienza di strade, che delle belle province nostre si spopolano, che delle ubertose regioni nostre agonizzano, perchè isolate dal mondo. Cinquanta anni di pace non hanno dato alla Calabria, alla Basilicata, alla Sicilia, le strade che un mese di guerra apre nelle più impervie regioni del mondo. Ci accorgiamo ora di quello che la disciplina può fare di noi. Avevamo bisogno di un'unione e di un comando.
Le nuove strade ci permettono uno spostamento di grosse artiglierie, quale gli austriaci si erano da molti anni assicurato con una viabilità aggressiva che arretrava tutte le nostre frontiere. I cannoni più potenti, che parevano destinati a non muoversi dai forti, ora viaggiano per tutto, trainati da motori, in lunghi e lenti convogli di carrocci pesanti al passaggio dei quali il suolo freme. È come se le fortezze avessero sciolto le righe e manovrassero. Il duello delle artiglierie pesanti, qui come sull'altipiano di Asiago, ha preso una mobilità maestosa. Cessato su Malborghetto riprende altrove, su nuove posizioni, si sposta, gira.
Abbiamo fatto un rapido e largo giro per le valli del Dogna e del Raccolana, che si somigliano un poco, parallele e brevi, egualmente dirupate e truci alle testate, piene di una agreste poesia agl'imbocchi, dove s'ingentiliscono, verdi di prati, disseminate di piccoli villaggi alpestri che seguitano a vivere la loro antica vita eguale sotto al rombo delle artiglierie, e verso i quali alla sera ascendono in fila per sentieri erbosi robuste contadine, curve sotto alla gerla colma di fieno odoroso, rosse e sorridenti.
A Chiusaforte una folla di soldati si serrava intorno a qualche cosa, riempiva la strada, altri accorrevano su dai baraccamenti e dai parchi, delle grida, delle risa, un pigia pigia, un sollevarsi dei più lontani sulle punte dei piedi, un'agitazione di berretti grigi.
«Che c'è?» — chiedevano gli ultimi arrivati. «Dei prigionieri!» — «Cantano!» — «Quanti? quanti?» — «Da dove vengono?» — «E chi li capisce?».... Degli ufficiali sono sopraggiunti: «Indietro, via! Volete andarvene?» — hanno comandato. I soldati si sono dispersi come delle formiche fra le quali sia caduto un fiammifero acceso. E allora si sono visti nello spazio vuoto due strani tipi, stracciati, vestiti di una tunica irriconoscibile, una specie di camiciotto di tela sporca, con dei grossi stivali deformati, impolverati e rotti, la testa coperta da un largo berretto a piatto con la fascia rossastra.