Alle tre del pomeriggio il bombardamento cessò.

Dietro ai ripari i nostri soldati aspettavano quel momento, il fucile nel pugno, la baionetta inastata. Nel silenzio improvviso echeggiò l'urlo possente dell'assalto. Dalle vette le nostre truppe precipitarono giù follemente, a salti, a balzi. «Pareva — dicono gli ufficiali — una frana d'uomini». Una frana grigia, tumultuosa, vivente, ululante.

I più agili arrivarono prima. La discesa disseminò i reparti. Si vide allora, avanti a tutti, a duecento passi dai compagni più vicini, solo, un alpino atletico, che correva impetuosamente verso le trincee piene di austriaci, intimando la resa, a gran voce.

La intimava in tedesco. Era uno di quei pazienti, forti e parchi emigratori friulani che la miseria spingeva oltre le frontiere a vivere di duro lavoro, trattati come esseri inferiori, come bestie da fatica dall'insolenza germanica. Aveva sofferto ogni umiliazione, l'oscuro polentafresser, ma non l'aveva dimenticata. Era arrivato il suo momento. Aveva lui il comando ora: «Fuori tutti! Giù le armi! Arrendetevi!» Egli era la Vittoria.

E prima che gli altri assalitori sopraggiungessero, avanti a quell'uomo solo, decine e decine di austriaci sbucavano fuori, pallidi e inermi, con le mani levate. Da ogni uscita i prigionieri emergevano, a uno a uno, con delle facce attonite e convulse. Furono presi centoventi soldati prigionieri e sette ufficiali. Oltre cento cadaveri nemici insanguinavano i cunicoli delle trincee. Il bombardamento aveva inebetito gli austriaci. Alcuni dovevano essere sorretti. Erano tutti sbalorditi e inerti.

Mentre la lenta carovana dei vinti cominciava a scendere dalle alture, il nostro cannoneggiamento riprendeva, battendo più lontano della Forcella. Sbarrava il passo ai contrattacchi. Si combatteva anche più a ponente, ma si trattava di una nostra finta. Preparando l'assalto del Cianalòt, un'azione accennava a volere aprirsi il passo nella valle del Fella scendendo verso Lusnitz. Conquistato il nostro vero obbiettivo, verso il tramonto, si rifece la quiete.

Ma il giorno dopo il nemico volle tentare una rivincita, e con batterie di medio calibro, piazzate durante la notte nei pressi di Malborghetto, aprì il fuoco sulla Forcella. Lanciava granate mine e bombe di gas asfissiante. Continuò il primo agosto a bombardare, senza avvicinare truppe per l'assalto. Voleva forse soltanto impedire i lavori di rafforzamento. Poi si rassegnò e tacque.

Non completamente però. Tutti i giorni cannoneggiava un poco. Di tanto in tanto la Val Dogna è percossa dai rimbombi dei colpi austriaci. Si vedono delle granate scoppiare fra le rocce, sulle quali lasciano un segno di scheggiatura fresca, e il fumo viaggia, portato dal vento, sugli accampamenti aggrampati al rovescio delle balze. Qualche colpo mal diretto passa sulle creste e arriva nel fondo del vallone. L'ululato del proiettile allora si prolunga curiosamente, per gli echi forse, dopo il boato dello scoppio.

I nostri soldati, sistemata la posizione della Forcella, l'hanno anche ingegnosamente adornata. Come per una sfida, per ergere di fronte allo straniero un simbolo d'italianità, essi hanno costruito proprio sulle trincee un campaniletto veneto, che ha un vaso di shrapnell per campana. Manda un suono da campanaccio da armento, un suono di pace.

Più in basso, al coperto, dove comincia il bosco e si annida fra i macigni il primo posto di medicazione, i soldati hanno eretto un baldacchino alto: quattro tronchi per colonne, una cuspide di fronde, una croce sulla punta. Una grossa pietra rozzamente spianata biancheggia sotto al baldacchino, al quale si sale per una specie di grandiosa scalea di rocce. È l'altare. Alla domenica il cappellano vi dice la messa; in giro sui dirupi e fra gli alberi si accalca la soldatesca immobile, silenziosa e grave; il cannone romba lontano, e in alto, sulle trincee, lo shrapnell tintinna sul suo minuscolo campanile.