Quando il bollettino ufficiale ci parla di intensi bombardamenti, noi non pensiamo agli uomini spintisi avanti, rannicchiati al riparo di minuscole barricate di sassi, intenti a giudicare, calcolare, scrutare, riferire, freddi, calmi, maneggiando delicati strumenti come in un gabinetto di fisica, mentre intorno a loro è un inferno di esplosioni. Il fuoco nemico li cerca.

Cerca loro prima di ogni altra cosa. Li cerca con urgenza, con furore. Delle batterie intere non fanno altro. La lotta delle artiglierie s'inizia sempre contro gli osservatorî. Durante il bombardamento del forte Hensel i nostri posti d'osservazione erano come in un terremoto. Non furono mai toccati, ma le rocce intorno sono tutte spezzate dai colpi, che pareva dovessero svellere i rifugi da un momento all'altro.


Sempre in Val Dogna, scacciato lo sguardo nemico dal Montasio, non ci sentivamo ancora interamente padroni nella casa nostra. Il nemico si affacciava ad un altro punto, ed ogni movimento importante era impossibile oltre Pleziche, alla metà della valle. Bastava che qualche soldato passasse fra le boscaglie nel fondo della gola, perchè uno scoppiare di granate chiudesse il passo. Gli austriaci erano sulla Forcella del Cianalòt. Questa volta non si trattava di un osservatorio soltanto.

Passato Pontebba, la valle del Fella, che la ferrovia percorre, dopo aver risalito gli ultimi lembi montuosi dell'Italia, da sud a nord, varcata la frontiera volge nettamente verso l'oriente. Parallela e vicina a questo tratto austriaco della vallata del Fella corre la nostra Val Dogna. Lo spartiacque fra le due valli segna il confine. È tutta una lunga cresta aspra, nuda, cinerea, che irrompe maestosamente dagli ultimi prati e gli ultimi boschi. Verso le vette salgono rari e rudi sentieri che, scavalcando dei passi, allacciano le due valli. La Forcella è uno di questi valichi. Tutta la cresta fu subito occupata dai nostri, ma la Forcella, più in là della frontiera, era stata solidamente fortificata dagli austriaci, da tempo prima della guerra, e la tenevano con una risoluzione che indicava l'importanza da essi annessa alla posizione.

La importanza derivava sopra tutto dal fatto che dalla Forcella di Cianalòt, per il vano lasciato da due vette rocciose, si osservava una parte della Val Dogna, paralizzandovi ogni azione. La Forcella è un'insenatura fra i Due Pizzi — due punte: il Pizzo Occidentale e il Pizzo Orientale — e il monte Pipar. Gli austriaci, oltre all'insellatura, occupavano il Pizzo Orientale. Noi avevamo l'Occidentale, avevamo il Pipar, alto, dirupato, vicino al Pizzo Orientale, e, vicino al Pizzo Occidentale, avevamo la così detta Tana degli Orsi, una montagna rocciosa, grigia, nella quale si aprono caverne tenebrose capaci di dar ricovero ad intere compagnie, e che le tradizioni della valle, eternate nel nome, indicano come gli ultimi rifugi del gigantesco orso nero delle Alpi la cui razza è scomparsa.

Vista dal fondo della valle, pieno di un selvaggio arruffìo di boschi, la Forcella del Cianalòt appare come un ripiano, una specie di parapetto oscuro fra i pilastri delle vette. È vicino; il fuoco di fucileria austriaco batteva il sentiero. Parlando di monti e di vallate si conferisce un'idea di grandiosità e di distanza, ma qui, questi pizzi e queste cime intorno al passo sono a portata di voce. I nostri soldati avrebbero potuto dall'alto scagliar dei sassi nelle posizioni nemiche. Ma le posizioni nemiche erano costituite da trinceramenti in cemento armato, inattaccabili, precedute dal solido tessuto dei reticolati.

Gli austriaci stavano tranquilli là dentro. Erano invulnerabili. Nè i fucili nè i cannoni da montagna e da campagna potevano far loro alcun danno. Non rispondevano nemmeno al fuoco dei nostri che li dominavano inutilmente. Chiusi nella loro corazza, erano come il riccio sotto al naso del mastino. Assalirli era impossibile senza aver prima demolito le loro difese con l'artiglieria pesante, e gli austriaci, i quali sapevano bene che la valle angusta e dirupata non aveva strade, si sentivano perfettamente al sicuro dai grossi pezzi. Diamine, i cannoni da assedio non volano.

Ma una mattina, alle sette precise, li sorprese un'esplosione terribile. Fu il 30 di luglio. Una di quelle formidabili granate che sembrano bolidi era scoppiata avanti alle trincee. Non ebbero il tempo di riaversi. Dopo alcuni colpi di sistemazione, il bombardamento si fece serrato, intenso, spaventoso. Il fragore delle detonazioni assunse una continuità sconvolgente, era una catena di folgori, e la Forcella del Cianalòt scomparve entro una eruzione terrorizzante di pietre, di vampe, di detriti, di terra, di schegge, e il fumo balzava su a colonne, a getti, a sprazzi altissimi, per fondersi in immani cumuli, gialli, densi e pigri.

La violenza delle esplosioni era tale, che delle scaglie di roccia grandinavano sulle nostre stesse posizioni. I soldati nostri dovevano tenersi al coperto dietro alle anfrattuosità del Pizzo Occidentale, per non essere colpiti dalle pietre che quel furore di fuoco proiettava tutto intorno. I reticolati sparivano. Paletti di acciaio divelti, ancora uniti da fili, roteavano in aria sibilando. Le trincee di cemento erano qua e là intaccate, sbocconcellate, sbrecciate, in qualche punto anche sfondate. Otto ore consecutive durò quel fiammeggiante uragano di acciaio.