Allora vi accorgete che dal folto di un roveto sporge appena una gran gola di acciaio. Quello che avevate scambiato per un rigoglioso e inestricabile ciuffo di giovani abeti, è un obice. Un boschetto di arboscelli e di sterpi verdeggianti è un cannone grosso come una locomotiva. Pezzi, affusti, piazzole, casamatte, riservette, tutto è affondato nel terreno e nelle vegetazioni. Nella guerra moderna chi si nasconde meglio è il più forte.
Per battere bisogna scorgere. Artiglieria vista, artiglieria silenziata. La situazione di una zona può dipendere da un uomo e da un filo telefonico. Uno sguardo che si affacci e che scruti, un telefono che trasmetta, e la solidità di un fronte può essere compromessa.
La vera guerra, in certi settori, è fatta dagli esploratori, dalle vedette, dagli osservatori. Sono loro, quei pochi uomini annidati su vette, che in fondo veramente combattono. Combattono con armi formidabili, lontane chilometri e chilometri da loro, ma che essi dirigono. Per loro, per quello che vedono e dicono, delle forze cieche si muovono, dietro, nelle valli e sulle alture, e agiscono. L'osservatore che sorprende una preparazione nemica e la fa disperdere con una raffica di granate da batterie che nulla scorgono, e che conduce i tiri di un bombardamento niente altro che pronunziando delle cifre in un ricevitore telefonico, è il fantastico guerriero della nostra epoca.
È lui che assesta i colpi, che sbaraglia e distrugge, ed egli deve talvolta sentire l'orgoglio di poter scagliare, lui inerme, la precisa violenza della guerra sul punto che il suo giudizio e la sua volontà hanno definito.
Da qui il valore di certe cime, quasi irraggiungibili, dalle quali non potrebbe arrivare neppure un colpo di fucile. Insediare un cannocchiale vale alle volte assai più che insediare una batteria. Si sono avute delle azioni importanti per sloggiare un minuscolo posto di vedetta. Battaglioni e cannoni erano paralizzati momentaneamente dallo sguardo di un uomo. E dei bombardamenti, dei combattimenti, avevano, si può dire, un uomo per obbiettivo.
In Val Dogna, ai primi tempi della guerra, quando vi avevamo piazzato delle artiglierie, ora spostate, che bombardavano certe posizioni vicine a Malborghetto nella Val Fella, pareva di essere sicuri dalle osservazioni nemiche. Ma un giorno, improvvisamente, cominciarono a piovere granate intorno ai nostri pezzi. Fu una di quelle granate che mandò in aria l'alpino. Il tiro, accurato, doveva esser diretto da gente che vedeva. Ma dove poteva nascondersi? Cerca, cerca, da punta a punta, da cresta a cresta, finalmente si scoprì qualche cosa sopra una delle vette del Montasio.
Il Montasio che domina la valle da sud-est, una immane rupe che tocca quasi i duemila e ottocento metri d'altitudine, dalle forme ardite e strane, superbo e fosco, ha un versante austriaco e un versante italiano. Era stato giudicato inaccessibile. Ma una guida austriaca, pratica della regione, era riuscita a condurvi una scalata e stabilire sulla punta un posto d'osservazione. Le nostre batterie erano là sotto.
Non rimase a lungo lassù, l'osservatorio austriaco. Dove va un tirolese vanno cento alpini: dove va un alpino non va nemmeno il demonio. All'alba i nostri ascesero la montagna da tre lati. Vi impiegarono sette ore. Gli austriaci in vedetta non si difesero e non esitarono. Temendo di essere circondati, fuggirono. Quando i nostri arrivarono sulla vetta, in un rifugio improvvisato con sassi, trovarono un telefono, degli strumenti ottici, un giornale e nel giornale delle fette di salame. Gli uomini che dovevano essere due o tre, erano scomparsi e giù per una balza oscillava la corda a nodi che era servita alla loro discesa.
Da allora la vetta è occupata da noi, e l'artiglieria nemica, che non vide più niente, tirò per qualche tempo a caso, poi smise. Avere un osservatorio vuol dire talvolta comandare una valle. Noi dominiamo una gran parte della vallata del Fella in territorio nemico, abbiamo potuto distruggervi forti e ridotte, la teniamo quasi senza possederla, soltanto perchè possiamo guardarla. Per avere un'idea dell'azione delle moderne artiglierie, non bisogna dimenticare questi loro nuovi organi indispensabili: gli osservatorî.
Ogni batteria ha una sua rete telefonica, lunga decine e decine di chilometri. Sono i suoi nervi. Il cannone non potrebbe più vivere senza il telefono. Ha bisogno di stendere molto lontano i tentacoli segreti della sua sensibilità. Corrono sulle rocce, sugli alberi, sull'erba dei prati, ora distesi sopra isolatori, ora gettati frettolosamente sulla terra e sui roveti, i fili elettrici ai quali il rivestimento nero dà un'apparenza da miccia. S'incrociano, si scavalcano, s'intersecano in ogni direzione. Un dialogare perpetuo va per monti e per valli fra le batterie e le vedette.