Un'operazione di puntamento fa pensare ai calcoli nautici. Vi entra dell'astronomia. Bisogna ricercare il nord magnetico, tener conto delle deviazioni locali della bussola, per orientare il quadrante di puntamento al nord terrestre: questo preliminare è necessario per arrivare e stabilire il punto matematico nel quale il cannone è piazzato. Fissata la posizione del cannone si determina sulla carta la rotta dei proiettili. Le altitudini come le distanze entrano nel calcolo. E durante il tiro si tiene una specie di giornale di viaggio delle granate. Si registrano di ognuna le segnalazioni di arrivo, colpo per colpo, e gli errori di rotta indicati dagli osservatori a millesimi — millesimi d'angolo.
La zona che abbiamo visitato, quella parte delle Alpi Carniche che dalla ferrovia Pontebbana si avanza sulla vallata di Plezzo, è stata finora un gran campo d'azione di grosse artiglierie. Ora attivo e violento, ora lento e come stanco, il maestoso duello delle batterie pesanti e di medio calibro ha continuato per mesi. Il silenzio non è mai lungo. Ogni tanto le vallate rombano e echeggiano.
Imponemmo noi la lotta dei colossi. Il 12 giugno i nostri massimi pezzi erano già piazzati e aprivano il fuoco sul forte Hensel. Nello stesso giorno un deposito di munizioni dell'opera alta scoppiò.
L'incendio durò lungamente; il fumo giallo e denso delle polveri brucianti copriva a tratti la intera collina, lacerato dal bagliore delle esplosioni, le quali lanciavano in aria getti alti di macerie e di luce. Pareva che il forte si bombardasse da sè. Era uno spettacolo di una imponenza indicibile che gli osservatori descrivevano per telefono a frasi concitate, piene di ammirazione e di stupore. Il giorno dopo un altro deposito esplodeva nell'opera bassa.
Il 16 giugno la cortina che univa l'opera alta all'opera bassa era già franata; le piazzole della batteria in barbetta erano scomparse in uno sconvolgimento di massi. Allora avvenne una cosa che fa onore al nemico: il forte rispose. Rispose a caso, senza scopo, per non morire senza un simulacro di difesa. Ma dopo pochi colpi tacque per sempre.
Implacabili i nostri tiri si avvicinavano ai pezzi blindati. Il 23 giugno una cupola dell'opera bassa era sfondata. Essa appare ora spezzata come un guscio spesso e nero, aperta, inclinata. Il 2 luglio si rinnovarono scoppi di munizioni in altri depositi del forte. La demolizione progrediva a zone, regolare, sistematica, inesorabile. Il 28 luglio un'altra cupola era spezzata e, rovesciandosi, il suo cannone levava la gola verso il cielo come quelli di una nave che va a picco. Il forte sprofondava.
Gli austriaci adunarono in fretta batterie in quel settore. Le pendici settentrionali della valle di Malborghetto nascondono numerose posizioni di artiglieria pesante e di medio calibro. Vi sono dei 105, dei 110, dei 115, dei 210, e vi è anche un 305. Il nemico ha temuto forse uno sfondamento delle sue linee verso il nodo stradale di Tarvis.
Le nostre batterie sono così nascoste che avviene spesso di passarvi vicino senza vederle. La loro presenza è annunziata da bivacchi, fumiganti di cucine come immensi campi di tribù zingaresche, da affollamenti di artiglieri fra tende e baracche disseminate in selvaggi angoli di valli, da un movimento più attivo di carreggi e di salmerie nelle retrovie, da parchi di furgoni e di pesanti carrelli da trasporto, da file di muli e di cavalli alla corda nereggianti sotto a lunghe tettoie nel greto di qualche torrente. Sui veicoli, sui tetti, sulle tende tutto un intreccio mascheratore di fronde ha un'apparenza di addobbo rustico che rallegra come il preparativo di una strana e primitiva festività montanara. Quando si arriva a questi centri di attività, adornati spesso da bizzarri giardini, con viali e aiuole nelle quali delle pietre colorate, disposte ad arte, sostituiscono i fiori per formare disegni, e sigle, e emblemi, si cercano con lo sguardo, tutto intorno, i cannoni. Bisogna, per scovarli, che qualcuno li additi.