Accovacciati sui loro larghi affusti massicci, che pesano loro soli decine di tonnellate, piantati solidamente su piattaforme che sembrano fondamenta di torri, i neri e giganteschi cannoni sporgono soltanto il profilo impetuoso e possente del loro lucido collo dall'ampio barricamento circolare di sacchi pieni di terra che li protegge. Quell'alta barriera grigia fa pensare al recinto creato intorno ad una belva.


Gli artiglieri lavorano in quel chiuso, isolati, intorno alla formidabile macchina di morte. Ruote silenziose muovono il pezzo, lo girano, lo sollevano, fanno aprire e richiudere l'enorme culatta, il cui otturatore a cerniera, dalle dentature lucenti, sembra lo sportello d'un forziere favoloso. Docile, il cannone dolcemente obbedisce a lievi giri di manovelle. Quella grande massa di tredicimila chili di acciaio si muove senza rumore con una maestà dominatrice, con una lentezza che sembra pensosa e ponderata. Si dispone al tiro, assume l'attitudine del combattimento, spostandosi adagio adagio, e nel suo moto solenne pare di scorgere una non so quale truce e subdola cautela.

Un carrello sospinto su rotaie porta il proiettile dal deposito blindato delle munizioni. La granata, alta come un fanciullo, è sollevata dall'argano, scivola nella culla di ottone del caricatoio, la culatta si chiude sul sacco della polvere che ha seguito il proiettile nella camera di scoppio, dalla quale per un istante si è intravvista la vorticosa e scintillante raggera delle rigature. Uno scatto di molla. Il colpo è pronto. Tutto questo avviene come un meccanico lavoro da opificio. I soldati rimangono in piedi sulle piattaforme di acciaio che l'affusto sporge. I serventi sono come inerpicati sul colosso.

Al colpo la gran mole del cannone passa veemente fra loro, spinta indietro dalla forza impetuosa del rinculo, e torna al posto ricondotta dalla elasticità dei freni. Una buffata violenta e ardente fa sventolare i lembi dei cappotti. La terra ha un sobbalzo. Nei greti è un rotolare di sassi e uno scorrere di sabbie. Le travature delle case hanno scricchiolato nel villaggio vicino come ad una scossa di terremoto; le porte squassate hanno risuonato cupamente e le finestre mal chiuse si sono spalancate alla sorda percossa della raffica breve.

Gli artiglieri, immobili, afferrati ai montanti, gli occhi riparati dall'ombra della mano aperta, ammiccano verso il cielo, attenti, interessati. Guardano il proiettile. Perchè la granata si vede, si può seguirla per qualche tempo nella sua corsa da meteora. È una lineetta nera, sfumata, che naviga nello spazio, impiccolisce, impallidisce, svanisce.

I viaggi delle palle da cannone più grandi sono diventati così lunghi, che dànno il tempo a delle strane segnalazioni. I nostri posti di osservazione annunciano il passaggio dei grossi proiettili nemici come i semafori avvertono i porti del passaggio delle navi. La granata di certe artiglierie pesanti manda un rumore che ricorda quello di un treno ferroviario lontano; pare un diretto che percorre la vôlta celeste. «Arriva un 305» — telefonano talvolta gli osservatori avanzati, quando percepiscono il caratteristico rombo. «305 in arrivo!» — grida il telefonista della batteria avvisata. «Al coperto!» — ordina il comandante. Gli artiglieri si sparpagliano nelle loro tane. Otto, dieci secondi dopo il proiettile arriva, scoppia, solleva eruzioni di pietre e di terra, annebbia tutto di fumo. Ma la parola umana, più rapida, lo ha preceduto. È meraviglioso.

Per questo le grosse artiglierie, se devastano e distruggono le difese meglio costrutte, non fanno molte vittime. Per ammazzare bisogna che sfondino una casamatta di rifugio o sorprendano truppe allo scoperto. Allora, l'uomo che si trova presso allo scoppio sparisce. Inutile ricercarne i resti. Non v'è più traccia di lui.

Così è scomparso un alpino in val Dogna, dove abbiamo visto le enormi buche scavate di fianco alla strada da alcune grosse granate austriache. Due alpini passavano di lì al momento di una esplosione. Di uno non si trovò più nulla. L'altro fu lanciato in aria incolume e sbalestrato fra i rami di un abete, trenta metri lontano. Annerito dal fumo, imbrattato di terriccio, stordito dal colpo, si attaccò istintivamente ad un ramo con quella forza attanagliante che hanno nelle mani gli alpini, scalatori di vette, e rimase così finchè lo salvarono.

In questo momento i bombardatori di Hensel hanno altri obbiettivi. Dopo un lungo silenzio riprendono la parola. I giganti si celano nell'ombra d'una valle. Quando le loro bocche sono in posizione di tiro, si tendono verso il cielo. Ricordano per la loro mole i telescopi degli osservatori astronomici. E tutti quei loro meccanismi perfetti che permettono di orientare il pezzo enorme fino all'esattezza del decimo di millimetro, i grossi cilindri dei freni che si allungano sul manicotto, i cannocchiali di traguardo, contribuiscono a dar loro un'aria da immani strumenti di precisione. Aumentando la distanza di tiro si è dovuta aumentarne la correttezza. L'errore di un millimetro alla bocca del cannone diventa l'errore di centocinquanta o duecento metri al bersaglio, quando la palla percorre otto miglia. Perciò il cannone ingigantendo ha acquistato delicatezze minuziose, movimenti da apparecchio geodetico.