Era un contrafforte ardito, coperto di abeti, che avanzava con tanta insolenza da costringere la valle a scansarsi e fare un giro per passargli intorno. Pareva messo là per sbarrare il passaggio. Subito dopo il biancheggiare di Malborghetto, in fondo ad una piccola conca nella quale il paesello, adagiato a ridosso delle alture per ripararsi dalle tramontane, si rifugia, la vallata pareva chiusa da quel costone boscoso.

Fra gli alberi del declivio si vedevano emergere larghe sagome di possenti costruzioni; erano muraglioni bassi, enormi, massicci, coronati da spalti, alcuni quasi sulla valle, altri eretti più in su verso la spalla del monte, con un collegamento capriccioso di altre muraglie, di altre costruzioni minori. Era il famoso forte Hensel.

Quello che si vedeva costituiva i rafforzamenti del forte. Le spianate della fortezza si appoggiavano a quelle mura ciclopiche, solide come la roccia: due spianate, una in basso, una in alto, sotto le quali il forte affossava le sue parti più vitali. Le muraglie servivano anche da trinceramenti. Erano bucate da feritoie a ranghi molteplici, dalle quali, occorrendo, si potevano affacciare piccole artiglierie. Quattro ranghi di feritoie sovrapposti si allineavano sul muraglione più vicino alla strada.

Il forte Hensel era doppio, aveva appunto la parte alta e la parte bassa, unite da cortine e da strade coperte. Si immaginino dei giganteschi edifici sepolti, dei quali non si scorga che la sommità, verdeggiante di terrapieni erbosi come se essa fosse sorta dalla terra sollevando interi lembi di prato. Il bosco aveva mascherato in parte il resto. Non si vedevano dalla ferrovia gli oscuri emisferi delle cupole di acciaio dei grossi pezzi, due sulla parte bassa e due sulla parte alta, e non si vedevano tutti quei bizzarri comignoli dei quali i forti sono irti, simili a soldatini in ordine sparso ritti sui terrapieni, e che non sono altro che gli sfogatoi dei depositi di munizioni intesi a mantenere la ventilazione dei magazzini sotterranei. Ma i nostri osservatori, annidatisi fin dai primi giorni della guerra sui monti, dall'altra parte della valle, a qualche chilometro appena dal forte, ne scorgevano e ne studiavano tutti i particolari. Distinguevano nell'imponenza geometrica dei suoi profili tutta la segreta disposizione delle sue parti, dei suoi collegamenti, vedevano nereggiare sulle piazzole superiori le batterie in barbetta, e seguivano il lavorìo della guarnigione che apprestava la fortezza alla battaglia come un equipaggio appresta la nave per il combattimento.

Ora non c'è più niente.

Niente, assolutamente niente. Non più muraglioni, non più spalti, non più cupole, non più batterie scoperte, non più strade. È scomparso anche il bosco. Tutto quel folto di abeti che avvolgeva il forte è svanito. Lo stesso sperone di montagna sul quale la fortificazione sorgeva si è trasfigurato, non è più quello, è irriconoscibile, tutto sconvolto, squarciato, imbrullito. Al posto del forte Hensel c'è come una immensa frana, una convulsione di terra e di pietre, una distesa di detriti e di macerie che scende dall'alto del costone fino al torrente. I nostri cannoni hanno fatto questo.

La devastazione dei nostri tiri è indescrivibile. Sarebbe incredibile anche, se non fosse registrata dalla fotografia. Le fasi della distruzione sono documentate dalla fedeltà impassibile del teleobbiettivo. Il cannone operava una lenta e profonda trasformazione del paesaggio. Cominciò a battere le opere basse, poi troncò le comunicazioni protette, poi battè le opere alte, infine disgregò, demolì, sgretolò, seppellì tutto quello che c'era rimasto. Questa volta gli austriaci non hanno fatto in tempo a ritirare le loro artiglierie. Il forte è diventato una immane tomba di cannoni.

Alcuni colpi troppo lunghi, andati al di là dello sperone e caduti nella valle, hanno aperto dei crateri che le piogge hanno riempito, e ai piedi dell'altura la fotografia vi mostra una fantastica costellazione di chiari laghetti rotondi. Le granate facevano un arco al di sopra di vette, un arco alto quasi due chilometri. Varcavano cinque o sei montagne, viaggiavano per un minuto e dieci secondi su creste e burroni, attraversavano la vallata del Fella e piombavano con una precisione meravigliosa sulla parte del forte che si voleva colpire.

Hensel, eretto per chiuderci ogni passaggio da ovest e da sud, messo a guardia di uno sbocco di valli, è stato cancellato dalla faccia del mondo. Abbiamo visto ieri i cannoni che lo hanno annientato.

Lontano dal fronte, lontano dai combattimenti, nelle retrovie della guerra, dove la vita del paese continua normale ed eguale, le mostruose artiglierie si annidano. Sono cannoni che il nemico non avrebbe mai immaginato di veder comparire dalla nostra parte sul campo di battaglia. Credeva di dominarci con i suoi 210 di Hensel, d'inchiodarci nelle nostre valli, alle quali intendeva aprirsi l'accesso.