Oltre il Quaternà, ad oriente, una vetta precipitosa e immane: il Cavallin. È precisamente una di quelle montagne a trampolino che offrono all'Italia il corrusco aspetto di una rocca ed hanno dall'altra parte un dorso accessibile. Il Cavallin, una delle gigantesche pietre miliari della frontiera, non ha grande importanza perchè non domina alcun valico di qualche entità e non può molestare direttamente le nostre operazioni. Ma fissa, abbarbica su quel punto del confine l'occupazione austriaca, ed è sul fianco destro della nostra direttiva nella valle di Sexten. Non ci nuoce, ma ci minaccia.
Ha una forma quasi simmetrica: due cime, due torrioni, e fra loro una profonda insellatura nel mezzo della quale bruscamente irrompe una guglia. Le pareti sono a picco; non si scorge da lontano alcuna via di accesso. Soltanto delle ricognizioni, in forze più o meno importanti, partite dai costoni del Quaternà, si sono avvicinate alle posizioni austriache del Cavallin per studiarne gli approcci. Ardite e magnifiche spedizioni! Talvolta sono arrivate fin sulle trincee del nemico. Come? Il racconto delle loro gesta sembra una leggenda.
Scalare la parete è impossibile. Le ricognizioni salgono per i canaloni, s'inerpicano sui macigni crollati nelle fenditure, vanno su per veri corridoi fra pareti di roccia che numerose mitragliatrici austriache spazzano al minimo allarme. Nel cuore della notte gli eroici reparti esploratori avanzano. Le trincee nemiche si distendono sui ciglioni, sono annidate in sporgenze della roccia agli accessi dei canaloni. Ogni approccio è barrato da larghi reticolati. È avvenuto che si sia riuscito ad aprire un varco nel primo reticolato, poi nel secondo. Nella luce dei proiettori, strisciando sotto al fuoco intenso, inerpicandosi da masso a masso, i nostri sono arrivati alla trincea principale. Ma sul parapetto stesso c'è un ultimo reticolato che bisognerebbe distruggere, a due metri dalle canne dei fucili nemici.
Quando la ricognizione arriva alla mèta, è già l'alba. Nessuno può più ritirarsi allo scoperto. E i nostri rimangono là, fra le pietre, a qualche passo dai nemici, che li sentono ma non osano uscire. Sparano e sparano, gli austriaci, con quel fuoco a scatti che ridice l'agitazione e l'ansia. Le mitragliatrici martellano l'invisibile. I nostri si aggrampano immobili, lambiti da una rete di sibili. È un inferno. Le palle di rimbalzo sono le più terribili perchè arrivano non si sa da dove. Qualche corpo rotola giù per il ghiaione. Chi è ferito precipita. Dall'altra parte del monte si svegliano i corti mortai austriaci, di un modello studiato per questi terreni, e le grosse granate passano sulla cresta, portando fino ai tremila metri il loro fuggitivo e lacerante lamento, per ricadere al di qua, cercando a caso il terribile assalitore. Ma la notte ritorna e gli esploratori ridiscendono nel buio, portando il tesoro della loro esperienza.
Non c'è più un abisso dal quale gli austriaci ora non si aspettino la scalata. Metterebbero dei reticolati sulle nubi, se potessero. Accumulano mitragliatrici e fili di ferro sul bordo d'ogni precipizio. E da lontano si vedono nereggiare assurde difese anche sulla cima più alta del Cavallin. Una trincea si tiene lassù, in un piccolo spazio, nel quale si ha l'impressione che un uomo non possa distendersi, circondato dal vuoto.
Da lì ricomincia verso l'oriente, verso la Carnia, la guerra delle vette.
LA LOTTA DEI COLOSSI.
12 settembre.
Quando si entrava in Austria per la ferrovia di Pontebba, passato Pontafel, se non si era troppo distratti dalle varie e pittoresche bellezze della valle del Fella lungo la quale il treno scendeva, fra la stazione di Saint-Lusnitz e quella di Uggowitz — piccole stazioni che i diretti disdegnavano, adorne di piante rampicanti, e avanti alle quali non si vedeva che un impiegato fermo e dritto come un piuolo, sormontato da un chepì rosso albo un palmo — si osservava a sinistra uno strano sperone di montagna.