La più attenta osservazione attraverso i binocoli non ci lasciava sorprendere alcun movimento sul Seikofel. Nessuna vita sulla terra sconvolta e sterilita di quella vetta, verso la quale sfuma il nero della foresta. Gli alberi hanno protetto il nostro assalto, come sul Salubio. I nostri sono saliti nella loro ombra, da tronco a tronco, ricacciando il nemico a passo a passo.

Non potendo abbattere la selva, nella quale i nostri movimenti si celano, gli austriaci tentano ora d'incendiaria. Aspettano che il vento spiri dal nord, e mettono il fuoco ai roveti. Le fiamme salgono, gli alberi resinosi ardono, colonne di fumo denso si abbattono sulla vallata. Ma l'incendio non si propaga mai. Divampa, poi langue, s'estingue, e per giorni e giorni dei diafani nembi azzurrastri si levano a volute filamentose dalle plaghe carbonizzate. Dei riflessi sanguigni palpitano nelle tenebre della notte. L'ultimo incendio si è spento l'altro ieri.


In fondo alla valle, sotto a noi, sporgendoci sulla balza, vedevamo il villaggio di Pàdola, deserto. Le strade stendevano lungo il torrente il loro bianco serpeggiamento senza una macchia. Non un carro, non un uomo. Forse qui, come nelle Fiandre, è alla notte che il movimento delle retrovie si desta. Nell'oscurità romberanno i convogli in marcia, mentre in margine al gran traffico dei veicoli sfileranno silenziose le truppe in nere schiere lente. La valle appariva vuota, solitaria e come addormentata.

Essa è ancora sotto alla vigilanza di un lontano osservatorio austriaco, e si sente guardata. Si finge vuota. Niente può dare pretesto ad un colpo di cannone. Questo osservatorio, per una stranezza della guerra di montagna, s'incunea nelle nostre posizioni. È al Passo della Sentinella, una località che merita il suo nome. Vi si erge, isolata, una guglia dolomitica, sottile, aguzza, che sembra un gigante in vedetta.

Tutti questi monti, come abbiamo già osservato nella valle di Ampezzo, sono fatti, per dir così, a trampolino. Verso l'Austria un piano inclinato, verso l'Italia un salto. Da una parte una comoda via di accesso, dall'altra una parete che bisogna scalare. Così il passo della Sentinella. È stato preso e ripreso varie volte. L'attacco è facile per gli austriaci e difficile per noi. Essi possono difendere la vetta con qualche uomo e assalirla con molti. Lassù, sull'estrema punta, come sulla cima della Prima Tofana, non vi è che un minuscolo plotone e una mitragliatrice, alla quale hanno fatto con del cemento una cupola blindata. Tutte le cime vicine sono nostre. Noi li avremo assediandoli. Ma intanto guardano, ed essi sono l'occhio di batterie rincantucciate fra le pendici dell'Inner Gsell, nelle vicinanze di Sexten.

A destra del Seikofel boscoso, poco più lontano, un'altura nuda, rossastra, dalla vetta lacerata dalle granate; è il Rotheck. Nel nome di Rotheck c'è la parola «rosso». La montagna brulla si distingue infatti per quel suo colore ardente, per quella sua strana vetta sanguinante sulla quale il nemico si trincera. Di fronte a lei, assai più vicino, il Quaternà nostro, alto, scosceso, fulvo, dominante, che a sinistra porta le nostre posizioni a congiungersi per ondulazioni di declivî al Seikofel, e a destra le conduce verso le cime del Palombino, altra vetta di frontiera che ci dà il comando di valichi minori.

Sul Quaternà si profilavano gli uomini, che andavano e venivano lentamente sulla cresta in quell'ora silenziosa di tregua, simili a strani insetti, diafani e tremuli nelle rifrazioni della distanza. Vedevamo il rovescio delle nostre posizioni, il formicaio bizzarro degli accampamenti attaccati alla spalla del monte come dei nidi.

Verso le cime, da ogni parte, si vedevano arrampicati i villaggi dei rifugi, color della terra, con le loro piccole baracche che sembrano sovrapposte, minuscole cittadine a ripiani verso le quali sale un saettamento di sentieri a zigzag. Ricordano quei fantastici conventi buddhisti che si aggrampano alle rocce sacre della gola di Kalgan. Su certe vette si sono dovute infiggere delle travi a guisa di mensole, ed erigere i baraccamenti sopra dei pianerottoli di legno sospesi sul precipizio. Si passa da un pianerottolo all'altro per delle scale. Dei gradini tagliati nella roccia portano alle trincee.

Spesso, camminando sulla cresta, un sasso si distacca, rotola giù dal ciglio e frulla nel vuoto rimbalzando più in basso sonoramente sul legno delle costruzioni, percuotendo le travature di sostegno con una violenza da proiettile. Chi si accorge che un sasso sfugge sotto al suo piede, manda giù un grido di avviso. Si sporge e, le mani a imbuto intorno alla bocca, urla: «Sassooo!» — e gli uomini nei ripiani inferiori si gettano contro la parete di roccia aspettando che la pietra sia passata.