Noi, puntando verso Sexten, prendemmo il Monte Croce di Comelico, e poi la Croda Rossa, e poi la Cima Undici, preparando l'avanzata nella valle nemica, mentre gli austriaci, più ad occidente, si aggrampano al confine, sulla cresta del Monte Cavallin, come l'abbiamo visto aggrampato sul Monte Piana sopra a Misurina. Lentamente la nostra conquista è penetrata nella valle di Sexten.

Al di là della frontiera vi è una di quelle alture che le sinuosità della valle pongono come a sbarramento e che chiudono la prospettiva. È il Seikofel. Si prestava ad una forte difesa. La resistenza austriaca vi si è accanita.

Il primo luglio, per studiare le opere che il nemico vi aveva costruito, si spinsero avanti, arditamente, delle pattuglie di ufficiali. Vi accertarono l'esistenza di trincee permanenti di cemento armato, con larghi reticolati. L'artiglieria nostra cominciò a tempestare le opere invisibili, che le esplorazioni degli ufficiali avevano delineato. Il 14 luglio, la fanteria cominciò ad avanzare dei tentacoli, a tastare con ricognizioni le posizioni nemiche. I nemici furono respinti dalle prime linee. Il nostro fronte si portò più avanti e si radicò alle pendici del Seikofel.

Gli austriaci tentarono una offensiva violenta, preparata con lunga cura. Il 28 luglio essi attaccarono nella valle con forze rilevanti. Furono respinti e lasciarono nelle nostre mani alcuni prigionieri. Il 7 agosto noi attaccammo alla nostra volta. Dopo un'intensa preparazione di artiglierie, che per varî giorni tempestarono le posizioni nemiche, la fanteria avanzò respingendo passo passo l'avversario fino a raggiungere le pendici meridionali del Burgstall, una montagna che sta quasi simmetricamente di fronte al Seikofel, dal lato opposto della valle. Il Seikofel è ad oriente, il Burgstall è ad occidente. Avanzati a destra fino alle pendici dell'uno, si era avanzati a sinistra fino alle pendici dell'altro.

Due giorni dopo il nemico tentava di sloggiarci. Dal Seikofel scese con forze relativamente rilevanti. Fu respinto. Il 13 agosto noi rafforzavamo la nostra linea con l'occupazione dell'Oberbacher, le cui vette furono scalate dalla fanteria. L'Oberbacher è un nodo montuoso a sud-ovest del Burgstall. Costituisce una posizione fiancheggiante importantissima. Nello stesso giorno occupavamo la forcella Cengia, un altro passo ad occidente della valle di Sexten, e il giorno dopo, sopraffatte le artiglierie nemiche con un fuoco intenso, la fanteria italiana poteva salire sulla spalla del Seikofel e radicarvisi, ed occupare definitivamente delle cime della Croda Rossa.


Combattimenti accaniti succedono a lunghe calme. Da una parte e dall'altra non si può agire con continuità; occorrono lente e studiate preparazioni, e l'azione si scatena all'improvviso, violenta, disegnando talvolta un attacco sopra un punto e lanciandolo sopra un altro, tentando i lati deboli, complessa e breve. Se fossimo giunti un giorno prima sul Col Caradies avremmo visto il fumo delle granate e degli shrapnells velare le creste e avremmo udito salire da tutta la valle il tuono incessante delle artiglierie, ma ieri la zona del Pàdola era immersa in una tranquillità profonda, appena turbata di tanto in tanto dall'eco di qualche colpo lontano.

Eravamo in osservazione nella radura erbosa di un bosco di abeti, e lo sfondo della vallata si apriva luminoso entro una oscura cornice di tronchi e di fronde. Non potevamo scorgere Sexten, nascosta dal giro della valle. Il bombardamento che ha demolito i forti ha danneggiato anche la cittadina pittoresca, che rimane sempre un centro importante per le operazioni austriache. Gli abitanti si sono ritirati a Innichen, e i militari si sono sepolti in profonde casematte. A Sexten si allacciano le comunicazioni telefoniche degli osservatorî del nemico e quelle delle batterie. La centrale telefonica è un sotterraneo, invulnerabile, scavato in un prato, coperto di zolle, una specie di cantina alla quale giungono i fili entro cavi sotterrati.

Il Seikofel sollevava fra le pendici la sua larga groppa tondeggiante e fosca. È una collina formidabile chiomata di boschi. Soltanto sulla vetta, il bombardamento e i lavori di fortificazione hanno diradato la selva. C'è una specie di calvizie incipiente sulla sommità dell'altura, e si intravvede il fulvo colore della terra scavata fra le grame alberaglie rimaste. Gli austriaci vi avevano già abbattuto alberi per adoperare il legname nelle opere di rafforzamento; il cannone ha falciato il resto. Si scorgono dei sottili intrecci di tronchi inclinati o caduti.

Come sul Monte Piana, la cima non appartiene a nessuno; è una breve zona neutra, che da una parte o dall'altra si scala per assalirsi. Le trincee italiane e quelle austriache non sono lontane fra loro che una settantina di metri. Ogni tanto qualche esploratore striscia ad affacciarsi cautamente sulla vetta per vedere quello che il nemico, pochi passi più in giù, stia facendo. Se è scorto, si ode una salva di fucilate; la vedetta urla un'ingiuria e si lascia scivolare indietro, fra i suoi. Alla notte, il vivido raggio dei proiettori contorna l'altura, che si disegna nera e netta sul chiarore bianco come in un crepuscolo lunare.