NELLA VALLE DI SEXTEN.

10 settembre.

Dalla valle dell'Ansiei, lungo la quale serpeggia la strada che per Misurina sale al nord fino a Toblach sulla Drava, ascendendo le pendici boscose del Col Caradies, verso l'oriente, si arriva a dominare dal passo il panorama della valle Pàdola, la quale va pure verso la Drava, e, prolungandosi nella valle di Sexten, oltre la vicina antica frontiera, conduce direttamente a Innichen.

La valle di Cortina, la valle di Misurina, la valle del Pàdola sono tutti passaggi che dall'Italia tendono al corso della Drava, la quale, dirigendosi da oriente ad occidente, porta nella sua ampia vallata i nervi massimi delle comunicazioni austriache col Trentino. Ogni valle nostra è dunque una minaccia sul fianco nemico, una minaccia tanto più grave quanto più la frontiera si avvicina ai punti vitali. Il confine sulla valle Pàdola non è che ad una quindicina di chilometri in linea retta da Innichen sulla Drava: poco più di un tiro di cannone pesante.

Come avevano eretto i forti di Sompauses, di Platzwiese e di Landro a difesa degli sbocchi da Cortina e da Misurina, gli austriaci avevano sbarrato la valle di Sexten con due forti principali e infinite opere minori: un forte ad oriente della valle, sulle pendici del monte Helm, il forte di Mitterberg, ed uno ad occidente, il forte di Heidick.

Contro queste due opere maggiori verso la metà di luglio la nostra artiglieria da posizione aprì il fuoco, sistematicamente, devastandole. Ma anche qui gli austriaci hanno ricorso alla tattica di disarmare i forti che vedevano condannati e di trasportarne i cannoni su posizioni campali, da lungo tempo preparate con solide piattaforme riunite da strade coperte.

È meraviglioso come si sia potuto avanzare su territorio di conquista in mezzo a difficoltà che appaiono quasi insuperabili, opposte dal terreno e dal nemico, il quale ha fatto dell'intera valle di Sexten tutto un sistema di trinceramenti in calcestruzzo. Non vi è una linea di difesa, ve ne sono cento. Le trincee, precedute da reticolati, da fossati, da mine, percorrono i declivi in tutti i sensi. Le artiglierie si sono accumulate in agguato dietro ad ogni dosso, e battono le creste.


La lotta, qui pure, cominciò con una conquista di vette. Dopo aver visto le gole dolomitiche, dominate dalle rocche mostruose delle nude montagne turrite, la valle Pàdola ci è sembrata ampia e dolce, fra quei suoi monti che, sebbene scoscesi, hanno le forme che abbiamo sempre visto ai monti. Vi sono cime rocciose, dalle pareti a picco, coronate di guglie, spaccate da canaloni, ma sono lontane, esse non serrano la valle, non vi precipitano le linee vertiginose dei loro speroni. I massicci più aspri si discostano fra loro e lasciano respirare la vallata fra verdi ondulazioni di propaggini.

A settentrione e ad occidente il vecchio confine passa sopra il dorso di quei massicci, corre sopra la seghettatura delle loro creste biancheggianti di nevi, alle quali arrivano, in cerca di forcelle e di selle, i sentieri che costituiscono i valichi secondarî. In fondo alla valle fugge il nastro bianco della strada maestra. La prima azione si diresse alla conquista dei valichi. Per avere i valichi bisognava avere le vette che li dominano. Fu una corsa alle rocce.