Lassù da due giorni la temperatura è scesa a dieci gradi sotto zero. Il Comando aveva provveduto al cambio delle truppe che occupano le vette. Sono quasi tre mesi che vivono in quell'inverno, fra le tormente, in mezzo a fatiche, pericoli e privazioni inenarrabili, ricoverate nei crepacci della roccia. Ma quando l'ordine di prepararsi a scendere è arrivato, quelle truppe hanno rispettosamente pregato il Comando, per la voce dei loro ufficiali, di lasciarle sulla montagna.
«Noi, oramai siamo abituati al freddo e alla vita delle vette — dicono — noi abbiamo imparato a combattere questa guerra, abbiamo scoperto i sentieri o li abbiamo creati, sappiamo da dove si può salire, da dove si può passare, conosciamo il nemico, e a truppe nuove non è facile imparare presto tutte queste cose». E per paura di non essere ascoltati, qualche reparto si è rivolto per lettera al Comando Supremo.
Ecco degli uomini che da tre mesi vivono in un inferno di sofferenze, che rischiano la vita niente altro che per camminare, che quando riposano si tengono ammassati a gruppi su sporgenze larghe tre passi fra una parete e un abisso, senza vedere altro che rocce e neve, senza udire altro che l'urlo della bufera e il sibilo dei proiettili nemici, degli uomini che quando sono feriti debbono essere impaccati in sacelli e calati con le corde dall'orlo di precipizî, e che quando si offre loro il riposo nella vita, rispondono: «No, noi possiamo servire quassù meglio la Patria, il nostro posto è qui!»
La Patria deve conoscere e riconoscere questi eroismi oscuri, calmi, magnifici, compiuti per la coscienza profonda del dovere, per un'adorazione ineffabile verso la Madre Italia sulla quale si vigila.
Non vogliono scendere le truppe dalle altitudini, anche perchè hanno finito per amare questa montagna conquistata che ora conoscono e che ora le conosce. La montagna si allea a chi la vince, serve chi la doma, offre in difesa quelle stesse difficoltà che si sono dovute superare per espugnarla, svela i suoi tranelli, suggerisce i suoi agguati, combatte anche essa, come un favoloso gigante, per i piccoli uomini che hanno saputo scalarla e comandarla dalla vetta.
Arrivano a Cortina dei soldati dalle altezze a fare provviste. Hanno l'apparenza grave e un po' stupita di chi giunge dalle lunghe solitudini. Vanno fieramente, raccolti, a passo lento, perplessi talvolta sulla strada da prendere, indecisi, come storditi di rivedere delle automobili, di trovarsi fra le case, nel movimento e nel vocìo. Portano in loro una non so quale atmosfera di silenzio come si porta l'aria fredda entrando dall'aperto in inverno.
Passano settimane lassù senza udir nulla, nella quiete morta delle cime. Soltanto alla sera, le truppe che stanno verso il passo di Falzarego e che hanno di fronte delle forze trincerate, nell'ora del tramonto sentono squillare le trombe del nemico. Il suono ha una ripercussione prodigiosa nell'aria cristallina. Le trombe suonano una musica solenne, sempre quella, come se fosse la preghiera dell'Ave Maria. È il Deutschland über alles.
I nostri lasciano finire il suono delle trombe, e poi cantano in un coro tremendo l'inno di Garibaldi. In quel momento i soldati, che sono stati rintanati fino allora, non si tengono più, balzano in piedi, allo scoperto, urlando: «Va fuori d'Italia, va fuori straniero!» Gli ufficiali redarguiscono: — Giù perdio, coperti, giù!
Lo straniero manda invariabilmente una scarica di fucilate che lampeggiano sul bordo d'un ciglione. Poi l'oscurità e il silenzio si richiudono, e la lunga profonda notte comincia.