Questa montagna sbarra la valle, al nord, proprio come il Col di Lana sbarra quella del Cordevole. Una somiglianza di posizioni ha prodotto una somiglianza di situazioni. Il Monte Piana è tagliato dalla frontiera. Tutte le strade che salgono su Misurina contornano la sua base. Esso domina ogni passaggio. Gli austriaci tentarono di impadronirsene all'inizio della guerra.
Poche forze nemiche vi si insediarono per breve tempo. Furono sloggiate. Il 12 giugno gli austriaci tornarono più numerosi al contrattacco: furono respinti. La lotta diveniva attiva. L'importanza della posizione faceva concentrare su di essa gli sforzi dell'attacco e della difesa. Il 13 giugno gli austriaci bombardarono il Monte Piana dal forte di Platzwiese — nel quale, come abbiamo detto, meno di un mese dopo le nostre granate dovevano portare la devastazione e l'incendio. Nella notte delle masse nemiche tentarono un nuovo attacco. Il 15 si combatteva ancora. La battaglia, cominciata con un'azione di reparti, attirava nuovi rincalzi, si distendeva, si abbarbicava al monte, diveniva lotta di posizioni, combattimento di trincee.
La linea del fronte, dopo avere oscillato lievemente ai colpi e ai contraccolpi degli attacchi, si fissava, entrava nel solco profondo di opere campali. Il 12 giugno il nemico tentava nella notte un altro sforzo per sloggiarci: era respinto. Dodici giorni dopo sperava di riuscire in un aggiramento, e attaccava a oriente del Monte Piana la Forcella di Col di Mezzo sulle Cime di Lavaredo — occupata fin dal 26 maggio dagli alpini — la quale, se in loro possesso, avrebbe aperto il varco al nemico sulla conca di Misurina: fu respinto. Il 23 luglio, altri attacchi austriaci. L'11 agosto, il nemico ritorna all'offensiva. Il giorno dopo siamo noi che attacchiamo e prendiamo delle piccole posizioni sulle pendici occidentali del monte. Gli austriaci non aspettano a lungo per tentare la riscossa, e la notte appresso, dopo un vivo cannoneggiamento, assaltano quelle posizioni che gli avevamo preso: sono respinti.
Così ogni otto, ogni dieci giorni, la battaglia si riaccende. La singolarità è questa: che le trincee nostre e quelle austriache sono separate dalla vetta. Stanno al di qua e stanno al di là, relativamente vicine ma invisibili le une alle altre. E tutto intorno, appiattata dietro dossi vicini, una quantità di artiglierie, italiane da una parte e austriache dall'altra, domina la sommità del monte. Perciò la vetta è intenibile. Di notte o di giorno, appena uno dei due avversarî vi si affaccia, una pioggia di granate trasforma il Piana in una specie di vulcano. Se nessuno si muove, così a ridosso dei due versanti, le posizioni sono invulnerabili.
O vi è un furore inaudito di combattimento che spande i suoi echi da temporale fino alla vallata del Piave, o è la pace profonda. Così profonda che quando siamo arrivati a Misurina ci sentivamo soggiogati dal silenzio prodigioso della valle melanconica, oscura sotto ad un cielo basso e grigio tutto variato da un lento e tortuoso svolgersi di nubi, che celavano le vette e scendevano a tratti ad annebbiare le pendici più basse fino ad appannare lo specchio del lago.
Era tutta una pigra agitazione di vapori, che si addensava e si schiariva, che si squarciava in diafane profondità bianche di luce e ricopriva quegli sfondi con plumbee e molli masse sfumate. Per un istante, in alto, le nubi si sono diradate, e abbiamo visto come un nero di temporale fra le sfumature delle frange nebbiose: erano i monti, le masse del Lavaredo. Poi una gran torre si è profilata cinerea nella lontananza: lo Schwabenalpenkopf, la vedetta austriaca. Ma la nebbia è ridiscesa, si è richiusa, e non abbiamo più visto che il fondo della conca di Misurina, il lago grigio, le rive selvose, fosche di pini. E tutto questo, così pallido, indefinito, in quella gran quiete, aveva un'apparenza di sogno triste, uno di quei sogni lugubri che non si dimenticano.
Il grande albergo, sulla riva, è sfondato da un colpo di grossa granata. È stato quel 305 che viaggia da valle a valle, spara dove crede sia uno stato maggiore o una batteria, e si rimette in viaggio. Un grande demolitore di alberghi, quel cannone errante. Ha tirato sul Grande Hôtel di Cortina, e sull'Ospizio delle Tre Croci. Gli austriaci ci lasciano dei paesi intatti, ma degli alberghi, quando possono, ci consegnano le rovine. A San Martino di Castrozza, sopra Fiera di Primiero, un paese di villeggiature, hanno bruciato tutto, facendo un danno di circa sedici milioni.
L'albergo di Misurina, tutto chiuso, con quella gran ferita nera, si specchiava nel lago. Non si vedeva nessuno. Sulla strada deserta un soldato solo passava lentamente. Una pioggia sottile cominciava a cadere, gelata, e spandeva il suo fruscìo monotono e vasto. Un colpo di cannone ci avrebbe fatto piacere come una voce.
Cortina invece ci è apparsa sorridente, incantevole, in un giorno di sole, con le sue casette bianche posate sui prati folti con un pittoresco disordine come fossero tolte allora da una scatola di giuocattoli nuovi.
L'abbiamo vista come la vedevano i touristes. Dall'alto delle prime giravolte della strada delle Dolomiti ammiravamo il paese sotto a noi, e dimenticavamo quasi la guerra. Vi era una non so quale serenità anche in basso, una serenità della terra, una contentezza tranquilla e profonda. Si udiva appena, come un tuono remoto, lo scoppio di qualche granata sul Cristallo. Dalle Tofane scendeva di tanto in tanto il rumore sordo e lontano di un colpo di fucile. Ma una persona ignara non avrebbe mai immaginato che a ponente, a nord, a nord-est si stendeva un fronte di battaglia, e che tutte quelle fantastiche vette luminose infarinate dalla nuova neve, striate di candori, alleggerite da quella sottile variegazione di bianche evanescenze che disegnavano la sommità d'ogni balza, d'ogni strato, d'ogni asperità, celassero appostamenti e ricoverassero cannoni puntati.