Arrivati lassù, sicuri di non essere sloggiati, avevano trasportato sulle vette abbondanti provviste di viveri e munizioni, anche per artiglierie, si erano rinforzati, e si preparavano a portar su i cannoni. Bisognava scacciarli. Per scacciarli bisognava salire le pareti del monte.

Quando si osserva la montagna non si capisce come un reparto di truppe, composto in gran parte di fanterie, sia potuto arrivare lassù. Ma questa guerra di vette ci abitua ai miracoli. La spedizione era guidata da un ufficiale che è uno degli alpinisti più noti, uno di quei dominatori di cime che sfidano l'inarrivabile. Si erano scelti in tutti i reggimenti gli uomini più adatti a quella fatica e i conoscitori di montagne. Partirono muniti di seicento metri di corda, di ramponi, di graffi, di strumenti per forare le rocce.

La preparazione della scalata durò sette giorni.

Per sette giorni si vide una catena di puntini grigi, una catena di uomini che lavoravano come sospesi lungo l'immane muraglia. Piantavano anelli nella pietra, attaccavano corde, configgevano punte di ferro dove mancava una sporgenza per posare il piede. I lavoratori alpini si davano il cambio. Dietro a loro i soldati salivano per impratichirsi del cammino, per conoscerlo bene gradino per gradino. Ogni giorno la scalata ricominciava e arrivava un poco più in su. Alla fine i primi ciglioni furono raggiunti a mille metri sulla valle. Si usufruì dei canaloni, delle fessure, delle cornici. La via dell'ascesa andava a serpeggiamenti bruschi, girava negli angusti pianerottoli formati dalle stratificazioni sull'abisso, superava dei tratti a strapiombo senza altro appoggio che la corda e qualche rampone, e spariva fra due speronate coronate di guglie.

Una sera la scalata definitiva fu data. I soldati avevano le scarpe di corda, per non far rumore avvicinandosi al nemico e per aver più sicura presa sulla pietra. Seguì un lungo inerpicamento sulle nevi nelle anguste ascelle delle vette in un labirinto di pietra e di gelo. Divisi in grosse pattuglie i nostri circondarono la Cresta Bianca. Appena gli austriaci sorpresi aprirono il fuoco sopra i più vicini, la fucileria crepitò tutto intorno. I nemici fuggirono precipitosamente, nascondendosi nelle anfrattuosità, e lasciarono tutto il materiale che avevano accumulato lassù.

Così il Cristallo fu preso, e il possesso delle sue cime ci permetteva di dominare la valle del Felizon, al nord, lungo la quale ora il nostro fronte si snoda.

Di tanto in tanto un lungo rombo scende dalla Cresta Bianca: sono granate austriache che scoppiano fra le rocce. Cercano delle artiglierie. Perchè in quella immane confusione di picchi, in qualche piega introvabile, sui ghiacci, c'è dell'artiglieria, tirata su a forza di braccia, con le corde, lungo le pareti....

Un'altra scalata fu dovuta dare a Col Rosa. Il Col Rosa è una specie di prolungamento delle Tofane, al nord. È una guglia alta, isolata, aguzza, che affaccia la sua punta rossastra in fondo alla valle di Ampezzo e la vigila. Era un posto di osservazione austriaco dal quale i tiri delle artiglierie venivano diretti. Di notte i nostri circondarono il monte e lo ascesero, facendo prigionieri gli austriaci che vi si trovavano e prendendo loro degli ottimi strumenti ottici. Si comprende come il nemico ora non si fidi più dell'inaccessibile e pianti i suoi reticolati anche sul bordo dei precipizî.


Mentre si combatteva nella valle di Cortina, una lotta analoga ma più intensa si accendeva nella valle di Misurina, sul Monte Piana.