Le grosse granate passavano in alto, alle volte due, tre di seguito, e dalla calma, azzurra, profonda serenità del cielo scendeva quel loro ronfiare cupo, lamentoso, soprannaturale, che per delle interferenze bizzarre del suono ha come dei rallentamenti e delle pause, che pare sosti e riprenda, con qualche cosa di faticoso, di affannato, di pesante.
Veniva fatto di guardare in su, curiosamente, e di cercarle nella luce le canore masse di acciaio. Dal suono si distinguevano i calibri. Striduli, striscianti, con un rumore di lacerazione, delle granate e degli shrapnells di artiglierie da campagna e da montagna, tirati troppo in alto, sorpassavano le posizioni e scendevano lungo la china tracciando invisibili archi di sonorità e di ronzii. Il fragore echeggiante delle esplosioni saliva dalla vallata come una impetuosa marea di tuoni. Il fumo sorgeva filaccioso e diafano sulle cime degli abeti.
Dal colore delle nubi di fumo i soldati classificano i proiettili. C'è la bianca, la bianchina, la rossa, la grigia. Tutto prende un soprannome al campo. Le varie batterie nostre sono conosciute con nomignoli che rimarranno. Una batteria da montagna, inerpicata ad un'inverosimile altezza, è la «pettegola». È sempre la prima ad iniziare la discussione e vuole sempre l'ultima parola.
Incomincia con otto, dodici colpi di fila; allora, siccome i suoi tiri arrivano bene, tutti i cannoni austriaci si mettono ad abbaiare contro di lei; l'altura sulla quale la batteria è piazzata, è tempestata da un imperversare di granate. L'inferno dura un'ora, due ore: la pettegola tace. Il nemico la crede colpita, distrutta, sepolta, e sospende il fuoco. Immediatamente si odono due colpi; è lei che dice: Sono qua! Nuovo furore austriaco, ripresa del bombardamento a oltranza. Poi silenzio. Questa volta è finita. No, due colpi, due soli: Sono ancora qua! E per giorni intieri continua l'alterco dei cannoni, il quale finisce invariabilmente, alla sera, con quei due colpi insolenti, esasperanti, che l'artiglieria nemica si rassegna a lasciare senza risposta.
Da un'altra parte c'è la «mitragliatrice». È una batteria da campagna che si indigna quando la tormentano troppo. Per un po' sopporta, poi perde la pazienza e sgrana giù, per un paio di minuti, un fuoco a tiro rapido filato come i punti di una macchina da cucire. Ma bisogna sentirne a parlare i soldati, di questi cannoni amici.
C'è un affetto, una passione, una riconoscenza, verso quelle batterie protettrici, che non si possono ridire. La loro voce è riconosciuta e sveglia sempre esclamazioni di saluto nelle trincee. Non le hanno mai viste, non sanno nemmeno con precisione dove stiano, ma i soldati le adorano, e non ce n'è uno che all'occorrenza non si farebbe ammazzare per salvarne un pezzo. I tiri sono seguiti con un interesse espansivo. Un bel colpo, che vada al segno, è commentato con espressioni di gioia. I grossi alpini si battono allora fanciullescamente le coscie con le palme, contenti, esclamando: — Bene! Bene! Bravi! — E ridono.
Ma ieri le nostre batterie disdegnavano il fuoco nemico. Rispondevano appena, di tanto in tanto. Qualche grossa granata passava dal sud al nord. «Ciao, cara!» — dicevano i conducenti alzando la testa: «Buon lavoro!»
C'inerpicavamo verso il Pal Grande su di una scoscesa spalla del monte coperta da un folto bosco di abeti, girando e rigirando per le volute del sentiero, ai piedi di immani pareti rocciose dai cui bordi lontani sporgevano le tese braccia degli alberi, in oscuro intreccio. Poi la dirupata, angusta, ombrosa cavità di un canalone ci ha presi; il sentiero sempre più aspro è divenuto quasi una scala, una fantastica scala a brevi zig-zag, fiancheggiata da abeti, serrata dagli speroni di maestose muraglie basaltiche.
Un rombo lontano e sonoro, che si sarebbe preso in quel momento per il rumore di un proiettile se non fosse stato persistente ed eguale, ci ha fatto guardare nei lembi di cielo che s'incorniciavano luminosi e profondi entro un frastagliamento nero di rami. Un aeroplano austriaco passava.
Era chiaro, diafano come una cosa veduta attraverso l'acqua, pareva lento, pareva incerto, volava verso il sud, librato sulle sue ali immobili, poi ha virato verso l'est. La montagna, che sembrava deserta, ha risuonato tutta di colpi di fucile. Si tirava da ogni parte sul sinistro uccello pallido e grande che spiava. Le rocce prolungavano stranamente il rumore dei colpi; l'eco faceva di ogni fucilata uno scroscio. Scendeva su di noi come una portentosa cateratta di strepiti violenti. L'aeroplano è scomparso, la fucileria ha taciuto. Qualche grosso proiettile, passando più basso, faceva udire il rauco soffio vorticoso della spoletta.