Il sentiero aveva i segni caratteristici delle zone battute lasciati dal cannoneggiamento di mesi, schegge di roccia staccate dai colpi e precipitate sul passaggio, frammenti di granate, pallottole di shrapnells, buche scavate dagli scoppi. Qualche barella scendeva lentamente e le cedevamo il passo, salutando il ferito che ci guardava con lo sguardo lontano e assorto di chi ha appena lasciato il combattimento e lo rivive.
Il frastuono delle esplosioni, di tanto in tanto, si faceva vicino ma senza direzione, ingigantito dalle sonorità degli echi. Poi, improvvisamente, uno schianto di folgore, un contraccolpo di vento, un roteare lento in aria di tronchi d'albero sradicati dal ciglione d'una roccia e lanciati in alto, un frullare di pietre tutto intorno a noi, di schegge, di frammenti, con un picchiettare violento di sassaiuola sulle piante e sul sentiero, e un fumo giallo, pesante, acre, si è sparso a piccoli turbini e ci ha velati.
Bianca, gigantesca, precipitosa, una vetta ci appariva vicina, alla fine del canalone, una rocca luminosa nello sfolgorìo del sole: il Pal Grande.
Pochi minuti dopo, inerpicati sulle basi delle sue pareti, contemplavamo la bellezza orrenda di questo grandioso e selvaggio campo di battaglia. La via dalla quale eravamo saliti non era più che una specie di spaccatura in basso, piena di ombra e di un arruffìo di boscaglia, al quale ogni tanto s'invischiava la nube sinistra di una granata. Il Pizzo di Timau vicinissimo, a levante, tutto in ombra, azzurrastro, piombava le sue vertiginose pareti a picco quasi nei ghiaioni del Pal Grande. A ponente la cupola scabrosa e tormentata del Freikofel, lontana meno di un tiro di fucile. Più in là, le rocce cineree del Pal Piccolo che sostengono un pianoro con vestigia di verde. La spaccatura del Passo di Monte Croce appare così angusta che lo Zellonkofel al di là del Passo, si direbbe unisca la base delle sue due cuspidi a quella del Pal Piccolo.
Tutte queste vette, tutte queste rocce, nude, calcinate come ossami di un mondo morto, tuonavano alle cannonate; ruggevano in echi prodigiosi, avevano boati da valanga, frastuoni di crollo, facevano scendere dalle più inaccessibili solitudini tumulti immani di battaglia; pareva che ogni balza, ogni crosta, ogni dirupo sferrasse i suoi colpi, che le montagne stesse si fulminassero confondendo in una continua tempesta lo scrosciare esorbitante delle loro folgorazioni. E finivamo per sentire confusamente una non so quale personalità favolosa in quelle montagne combattenti, piene di un maestoso e immobile furore. Non è possibile dare un'immagine del coro possente e favoloso delle vette intorno alla lotta dei piccoli uomini invisibili, celati come insetti nei greti, ridire quello che la montagna aggiunge alla guerra di pauroso, di grande, di soprannaturale.
Eravamo da poco lì, quando da una piccola baracca, incastrata sopra un gradino della roccia, è sceso un grido di evviva. «L'aeroplano è caduto! — ha annunziato un ufficiale affacciandosi. — È caduto nella valle dell'Anger! Abbiamo ricevuto adesso la telefonata!» La voce è passata. Dei soldati, sull'alto della balza, si sporgevano dal ciglione per sapere forse che cosa fosse successo, e salutavano festosamente. Dietro a loro, più in alto, il cannoneggiamento batteva sempre. Si udiva il miagolìo breve e rabbioso delle pallette di shrapnell. Una scheggia di bomba è scesa frullando sul ridosso, ed ogni tanto un ronzìo di pallottole austriache sperdute, rimbalzate sulle pietre, passava intorno a noi, lontano, in direzioni imprecisabili, chi sa dove.
Gli austriaci non hanno attaccato, non si sono mossi dalle loro trincee. Bombardavano, e facevano un gran fuoco di mitragliatrice e di fucile. Ma le nostre truppe accolgono con una indifferenza sublime queste manifestazioni. Preparano le loro granate a mano e aspettano. Perchè è con il lancio delle granate che iniziano i loro attacchi e contrattacchi. C'è sul Pal Grande un famoso lanciatore di granate. Ne mette cinque o sei nel tascapane, e parte dalla trincea, un mezzo sigaro toscano acceso fra i denti. Egli preferisce le bombe lenticolari a quelle sferiche per il suo sistema. Arriva bocconi presso la trincea nemica, mette le bombe in fila davanti a sè, poi col toscano accende le micce e getta i proiettili con la rapidità e la esattezza del giocoliere che lancia i cappelli. E lanciando conta: Uno, due, tre, quattro, cinque.... Le esplosioni si seguono serrate e la trincea si vuota fra grida di terrore. Una volta preparò così un assalto, da solo.
Il fuoco dell'artiglieria non scuoteva le truppe di montagna nemmeno all'inizio, quando non avevano ancora ripari sufficienti. Capitava qualche volta che una granata prendesse in pieno la trincea e ne demolisse un pezzo. Nessuno si muoveva. I soldati scansavano i morti e i feriti e ricostruivano. Sul Freikofel una volta una granata austriaca buttò giù un riparo e lanciò un caporale sulla tenda del comandante, una ventina di metri più indietro. Ai fianchi del caporale erano due soldati, rimasti miracolosamente illesi. Dissipato il fumo si videro i due soldati già intenti ad ammassare i sassi crollati per rifare il riparo. Non si erano neppure voltati per vedere dove fosse andato a finire il caporale.
Vorrei potere essere autorizzato a dire i nomi di alcuni di questi eroi della calma. Vi sono episodi meravigliosi. Sul Freikofel un soldato era in vedetta in una trincea che, per un caso forse, l'artiglieria nemica si mise a colpire incessantemente. Arrivavano raffiche di quattro, di otto, di dodici proiettili. La trincea era demolita. Il soldato era rimasto interrato tre volte. Per tre volte si era dissepolto. Dalla trincea principale il suo capitano avanzò per comandargli di ritirarsi: «Vieni via! L'hanno con te! Vieni via!» — «Signor no!» — rispose risoluto il soldato. E tutto annerito dal fumo, sporco di terra, balzò su dal buco, e lì fuori, allo scoperto, feroce e fermo, spianò il fucile e cominciò a sparare, a sparare, con una rabbia fredda, come per sfida.