Un altro soldato diceva che non poteva stare in trincea. Spesso chiedeva il permesso di lasciarla. Prendeva il fucile e andava quatto quatto in piena zona nemica. Studiava i punti di passaggio, rimaneva per giorni interi immobile in appostamento. Era il cacciatore di uomini. Tornando annunziava i risultati della posta: «Ghe n'ho tabacai tre!» Per lui colpire era «tabacar». Un giorno rientrò pallido e muto nelle posizioni. «Cos'hai? Sei ferito? — gli chiesero. — Vuoi che ti portiamo?» No, volle scendere da solo al posto di medicazione. Incontrò il capitano. «Sior capitano — gli disse — i me gà tabacà anca mi!» Era stato passato da parte a parte da una palla.
Ci siamo diretti al Freikofel, contornando il rovescio del Pal Grande. Dei colpi di fucile isolati risuonavano qua e là. Non vi sono punti completamente coperti; le anfrattuosità delle rocce permettono a qualche tiratore isolato di andarsi a rannicchiare sui fianchi delle alture. Episodi di combattimento hanno disseminato il loro ricordo da ogni angolo, fuori della battaglia. L'ufficiale che ci guidava ci ha indicato sul viottolo un punto dove, passando alcune sere or sono, si sentì chiamare: «Capitano, in nome di Dio, fermatevi, non andate avanti, vi ammazzano!» Era un soldato ferito, caduto a terra. L'ufficiale lo raccolse, lo caricò sulle spalle, e passò.
Per un'ora ci siamo arrampicati sulla spalla del Freikofel in una specie di fenditura dove il lavoro dei soldati ha saputo creare un fantastico sentiero, che la battaglia ha disseminato di frammenti di bombe, di schegge di granate, di pallottole: detriti della guerra arrivati di rimbalzo. Vi sono zone in cui tonnellate di metallo si vanno accumulando. Ci siamo trovati inaspettatamente fra casupole di pietra, che sembrano una sull'altra, quasi fossero costruite su gradini colossali di una alta e angusta scalinata. Subito dopo eravamo in un labirinto di scalette picconate nella roccia, di cunicoli, di tane: le trincee.
Tutto era chiuso, tutto era oscuro, un po' di luce verdastra filtrava appena dalle feritoie mascherate di fronde. Si esciva curvi all'aperto per sentieri scavati nel sasso, si andava lungo barricamenti di sacchi pieni di terra, si rientrava nel buio di ridottine e di posti di vedetta. Nell'ombra, vicino alle feritoie, qualche alpino era seduto in atteggiamento di riposo, immobile, sereno, statuario, il fucile fra le gambe, un paio di granate a portata di mano, poste sopra una mensoletta, come dei bibelots, e, vicino, una cassetta piena di uno scintillìo di munizioni. Pallottole austriache schioccavano ogni tanto sulle pietre, all'esterno. Si udivano i colpi dei fucili nemici così vicini, che per qualche tempo abbiamo creduto che fossero i nostri a sparare.
Dalle feritoie si scorgevano le trincee nemiche, a cinquanta passi. Erano ammonticchiamenti di sassi, ammassamenti di sacchi a terra, e qua e là un grigiore strano di corazzature, del colore plumbeo delle navi da guerra. Gli austriaci hanno due tipi di scudatura di acciaio, uno grande da trincea, uno più piccolo da assalto. Ricorda l'antico schermo degli arcieri, questo scudo rettangolare che si posa al suolo, appoggiato a due montanti, e dietro al quale il soldato si rannicchia, spiando da uno sportellino che si apre e si chiude.
In continua azione di combattimento, le nostre trincee sono sorte e si sono rafforzate, a poco a poco, quasi insensibilmente. Furono monticoli di pietre, poi muricciuoli nascosti da verdura di pino, poi ebbero una copertura di travi di abete — portati su faticosamente dalla foresta — poi sulle travi si ammassarono blindamenti di terra e di sacchi. Il nemico che spiava non ha nemmeno visto una mano. I sassi si spostavano adagio adagio, si allineavano, si sovrapponevano, senza che il loro moto potesse essere percepibile da lontano. Era come se pietre, sacchi, travi, animati per magia, lentamente manovrassero. E il lavoro non finisce mai; si migliora, si amplia, si rinforza, si progredisce, si aprono nuove comunicazioni, talvolta si avanza pure, sempre per pazienti trasformazioni, cercando che i profili delle opere di difesa non si levino a mutare troppo la fisionomia selvaggia dei luoghi.
Si profitta di ogni macigno, di ogni sterpo, e si cerca, per analogia, di quali macigni e di quali sterpi il nemico potrebbe profittare. Ridotte, cunicoli di passaggio entro i quali si striscia, tenebrose casamatte nelle quali la vigilanza si apposta, rifugi blindati, spiazzi aperti e alti per il lancio delle bombe, seguono piani capricciosi che rispondono alle necessità di una tattica minuscola, una tattica da fiere rintanate.
Groppe di pietroni, sporgenze di massi macchiate di licheni, crepacci profondi, arbusti, rovi, formano fra le trincee nostre e quelle nemiche un terreno spezzato, confuso, fantastico, che solleva ferocemente sul suo pietrame cinereo gruppi di cadaveri, avanguardie di morti, drappeggi flaccidi di uniformi azzurrastre che conservano incerte forme umane, e dai quali spuntano piedi distorti, mani disseccate. Segnano i limiti sui quali gli assalti nemici furono fermati. Qui soltanto i viventi sono sepolti.