Fra le schiere trincerate, tutto è funebre, tetro, immobile, morto. Le piante stesse non hanno più vita, torcono moncherini di rami nudi, cincischiati, neri, e le reti dei fili di ferro si stendono come enormi ragnatele sopra un intreccio di pali incrociati. Non sono stati costruiti sul posto i reticolati; gli austriaci hanno fabbricato dei «cavalli di Frisia» complicati con attorcimenti di fili uncinati, e li hanno gettati avanti alle loro trincee.
Se da una parte il tono d'una voce si eleva, dall'altra essa è udita. Al minimo svegliarsi di conversazioni nei nostri posti, il nemico si allarma, crede a dei movimenti in preparazione, e aumenta il fuoco per scoraggiarli. Perciò si parla sottovoce, come nella camera di un malato. Anche i divertimenti sono silenziosi. Nei momenti di calma relativa compaiono delle scacchiere, sulle quali fiere teste pensose si curvano a meditare marce e contromarce di pedine, che grosse dita esitanti sospingono.
Dalle piccole porte dei rifugi si vedevano nell'interno piedi di dormienti spuntare confusamente dal buio e come sospesi a tutte le altezze. I giacigli sono sovrapposti; ricordano le cuccette a bordo delle navi, e in quelle tenebrose cabine di pietra riposavano beatamente le squadre notturne, indifferenti allo schioppettìo e alle detonazioni.
Di tanto in tanto, un tonfo sordo, un frullare da trottola, e gli uomini che si trovano nei punti non blindati si fermano a guardare intensamente in aria. Aspettano la «bomba». Lanciata da qualche apparecchio a pressione, essa è salita ad un centinaio di metri di altezza e ridiscende, nera e oblunga, roteando come una bottiglia gettata. Appena si avvicina, i soldati che erano rimasti immobili, cominciano a fare dei gesti da giuocatore al pallone che si prepari a menare il colpo; oscillano, si dispongono a balzare da un lato o dall'altro; per sfuggire al proiettile svolgono la stessa mimica che se volessero afferrarlo; studiano il punto di caduta, e poi, all'ultimo momento, quando sono sicuri, saltano via o si rannicchiano.
Un istante dopo c'è il reflusso, tutti accorrono verso il luogo dello scoppio, che fumiga. Si lavora, v'è qualche sasso da rimettere al posto, qualche sacco sventrato da sostituire; ogni cosa è tinta di giallo intorno. La pietra, la tela, le travi, la terra, per un raggio di qualche metro sono color canario e mandano un puzzo irritante e acre.
Gli austriaci hanno pure delle sottili e piccole bombe, che lanciano per mezzo del fucile, meno potenti delle altre. Le armi che essi tentano sono innumerevoli, e tutte intese ad evitare più che si può la prova del coraggio aperto. Ricadono sibilando oltre le posizioni, nelle gole e nelle valli, frammenti di insoliti proiettili, oltre alle deformi pallottole rimbalzate; sono strani segmenti geometrici di metallo, quadratini di acciaio, pallette rosse di minio, bossoletti da fucile pieni di piombo, schegge di piccole granate da cannoni navali, di quei cannoncini che armano la prua delle torpediniere.
Tutti questi detriti sibilanti che spruzzano via e si disperdono dalle vette in battaglia, tutte queste molecole di violenza che irradiano follemente dalle posizioni, fanno pensare alle faville lanciate da un'incudine gigante percossa dal veemente maglio della guerra.
Quando ridiscendevamo dal Freikofel, sul quale la calma superba e sicura dei nostri dà alla vita una così meravigliosa apparenza di normalità, il cannoneggiamento non aveva più l'intensità di prima. Gli austriaci se la prendevano nuovamente con le retrovie, che delle grosse granate cercavano. Forse il nemico immaginava chi sa quale accorrere di rinforzi.
In una radura del bosco, sotto alle rocce del Pal Piccolo, alcuni soldati lavoravano di zappa; erano seppellitori. Intorno a loro dei cadaveri aspettavano che la fossa fosse pronta, distesi nelle barelle, una rozza croce di verdi ramoscelli di pino posata sul petto insanguinato. Un soldato è caduto ferito poco lontano, ed è rimasto lì, accoccolato, aspettando, senza un lamento.
Le esplosioni nella selva lasciavano un'agitazione di piante; si vedevano lunghe rame di abeti squassarsi con una specie di divincolamento lungo, fra le spire del fumo, come per un disperato tentativo di fuga. I rari soldati che passavano nelle vicinanze non allungavano il passo, non guardavano nemmeno, e il loro volto bronzato, inselvaggito, guerriero, esprimeva la più serena indifferenza. Due di loro si sono fermati a parlare e la buffata d'un colpo vicino non ha interrotto il loro discorso.