La conseguenza è che certi prodotti argentini portati qui vengono a costare come i prodotti analoghi europei sbarcati e sdaziati (e i dazî sono molto forti). Il vino di Mendoza, per esempio, costa quasi come il vino italiano.

In alcuni luoghi si lasciano i raccolti sulla pianta per l’impossibilità del trasporto. Si prende ciò che necessita per l’uso locale. Un diplomatico che ha visitato l’interno recentemente, mi raccontava delle enormi quantità di grano abbandonato che marcisce nei pressi delle stazioni ferroviarie per mancanza delle grandi somme necessarie al pagamento del trasporto.

La difficoltà delle comunicazioni rende lento e poco proficuo il lavoro di colonizzazione in tanti territorî, che per la loro fertilità si presterebbero a culture fortunate, ma che si trovano situati lontani dalle linee ferroviarie. La zona sfruttata deve essere forzatamente limitata. L’Argentina non può estrinsecare tutte le sue energie. È come un albero, ricco di frutti splendidi ma posti troppo in alto per arrivarvi con le mani. E mancano le scale.

Vi sono dei prodotti necessarî, per esempio il legname da costruzione, i quali vengono importati dal Canadà, dagli Stati Uniti, e persino dalla Norvegia, e che si trovano in enorme abbondanza nel paese. Il trasporto ne è impossibile. Si è costretti a comperare ciò che si ha in casa, e che si potrebbe anche vendere.

La produzione argentina si trova perciò in condizioni d’inferiorità sui mercati; il margine di guadagno è minimo. Basta che sopravvenga un ribasso nei prezzi perchè si verifichi un ristagno disastroso, come avviene ora nel commercio della lana, la quale forma una delle più grandi produzioni del paese. Vi sono sul solo mercato di Buenos Aires dodici milioni di chili di lane giacenti.

L’Argentina, immensa e varia, avrebbe delle risorse inesauribili. Con tutte le condizioni difficili create al suo commercio, la sua esportazione ha superato, nel solo corso di quest’anno, l’importazione di circa cinquanta milioni di pesos oro, ossia duecento cinquanta milioni di lire. Ma la situazione creata a questo paese è tale che tutti questi milioni di superavit attivo bastano appena ad impedire un peggioramento economico. Essi tornano all’estero sotto forma di dividendi e di interessi.

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È Buenos Aires il centro della rovina argentina. Essa ha stornato dai campi la ricchezza. Per un lungo e recente periodo l’affarismo ha fatto di questa città come un’immensa bisca: da ogni parte si accorreva a giuocare. Si giuocava sul valore dei terreni, degli edifici, sui prestiti, sulle azioni dei Banchi, sulle azioni delle imprese più varie e più assurde. L’enorme movimento del denaro aveva creato una prosperità favolosa, ma fittizia. Lo sperpero era enorme. Lo standard di vita generale giunse ad un lusso senza riscontri. Il bisogno del lusso portò alla disonestà sistematica. Una disonestà inaudita.

Le opere pubbliche di Buenos Aires sono state pagate molto ma molto al disopra del loro valore. Centinaia d’intermediarî vi si sono arricchiti. I ministri divenivano arcimilionarî. Si davano concessioni di favore ad imprese d’ogni genere—le ferrovie, per esempio, e i lavori delle « Acque correnti »—pur di guadagnarci sopra, abbandonando così il paese, mani e piedi legati, allo sfruttamento straniero, senza speranza di redenzione. « Après nous le déluge »—pareva che dicessero, come altrettanti Re Soli, i governanti argentini!

E il « déluge » non s’è fatto aspettare. È caduto sotto forma di crisi universale. Lo stato dell’Argentina è grave, ma non disperato. Solo spaventa questo: che se la prosperità effimera creata dalla speculazione epilettica, è scomparsa, non sono però scomparsi il lusso e altri malanni che ne furono la conseguenza. I quali quando si attaccano ad un uomo come ad un popolo mettono troppe radici per guarire presto. Specialmente se non sono curati. E qui non lo sono, almeno quanto occorrerebbe.