La lotta politica ristretta alle persone, animata da bassi interessi, isolata nei varî centri provinciali, prende spesso alimento dagli odî personali, e diviene di una brutalità selvaggia. Si combatte con tutte le armi, con la frode, con la corruzione e col terrore. Da una parte l’arbitrio, dall’altra la violenza. Avvicinandosi un Comizio, i crimini politici diventano cosa di tutti i giorni, specialmente nelle provincie interne. La cronaca registra giornalmente minaccie a mano armata, arresti e condanne arbitrarie eseguiti contro gli oppositori, persecuzioni poliziesche, maltrattamenti, ferimenti, assassinî. A prestar piena fede ai giornali i più diffusi vi sarebbe da inorridire. Dai luoghi desolati dalle elezioni arrivano loro notizie di treni assaltati dalla polizia per arrestare gli avversarî del Governo che vi viaggiano, di prigionieri posti alla tortura dei ceppi, di spedizioni di soldati armati di remingtons inviati in tutti i dipartimenti di una provincia con l’ordine di non lasciarsi sfuggire l’opportunità di fucilare gli avversarî (Prensa, 11 e 12 febbraio).

Certo è che in questi periodi di fermento politico la vita pubblica si svolge sotto il più tirannico dei regimi. In certe provincie è un vero regime del terrore. I giornali di opposizione sono talvolta assaltati, le macchine spezzate, i redattori minacciati di morte, come è avvenuto a Chacabuco e durante le ultime elezioni di San Juan. La mancanza di giustizia rende possibile ogni violenza. Durante queste elezioni, che hanno fatto versare tanto sangue, la polizia ha assassinato nel suo stesso domicilio il direttore del giornale El Censor, colpevole di reato d’opposizione. Questi delitti hanno fatto sfuggire al più autorevole giornale argentino una frase caratteristica: « Dalla frode e dalla tranquilla esploitation delle posizioni ufficiali non è ammissibile che si passi al regime del terrore, alla legge del pugnale e della corda » (Nacion, 8 gennaio). Pare che la frode e la tranquilla esploitation siano... ammissibili!

Intanto si procede alla formazione delle liste elettorali. Mancando uno stato civile in regola, le iscrizioni si fanno volta per volta, alla domenica a mattina, nell’atrio delle chiese parrocchiali, dove il registro è depositato sopra un tavolo fra due vigilantes che sonnecchiano e i membri d’un Comitato. Gli elettori iscrivendosi dichiarano a quale partito appartengono. Lo scopo di questa usanza è chiaro: le sole iscrizioni bastano a dare la più ampia idea della situazione, e le manovre poi si possono fare a ragion veduta. Se il partito « legale » è un po’ deboluccio, si rinforza con un po’ di nomi. Se alle elezioni non si presentano gli elettori, si fanno figurare gl’iscritti come votanti. Nel marzo passato, nelle elezioni di Santiago de l’Estero, a Quebrachos concorsero alle urne il giudice di pace, il commissario di polizia e suo figlio e vi lasciarono.... mille e tanti voti. Il falso diventa usuale. Non c’è controllo: i giudici si guardano bene dall’ascoltare i reclami di illegalità perchè essi stessi nascono quasi sempre dall’illegalità.

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E si viene alle elezioni. Qui entrano in scena i caudillos, uomini che, per il prestigio della criminalità, godono di ascendenti sulla parte infima della popolazione criolla, la quale forma quasi esclusivamente la massa elettorale. Il caudillo porta in campo le sue forze al servizio di questo o quel partito, come un capitano di ventura. Queste forze vengono dalla campagna, dalla prateria, spesso semiselvaggie, gauchos, ignoranti sempre, che considerano le elezioni come un carnevale, un’epoca di godimento e d’impunità (se stanno dalla parte governativa). Arrivano nelle città ostentando il loro armamento di rivoltelle e di coltelli intorno alla cintura, e incomincia il terrore dei pacifici cittadini. Tipi sinistri percorrono a cavallo le vie, insultano i passanti, spingono la cavalcatura sui marciapiedi e talvolta nei negozî. Spesso si fermano a mangiare e bere nelle fondas, poi non pagano, bastonano chi protesta e se ne vanno gridando: Viva el Gobernador!—il grido che è il sesamo apriti della circostanza.

È poco tempo che Santa Fè, Rosario e tutte le città della provincia, come più recentemente San Juan, hanno attraversato un periodo elettorale con il relativo accompagnamento di morti e di feriti. Le scene che si sono svolte in questi luoghi non sembrano dei nostri tempi. I negozî si chiudono, la gente per bene si tappa in casa con le provvigioni, come per un assedio in regola; e l’illusione è perfetta quando—e non di rado—si sentono echeggiare attraverso le imposte serrate i colpi delle armi da fuoco. La Prensa ha riportato da un giornale di San Juan questa descrizione d’ambiente: « Le famiglie non escono per nessun motivo, nessuno si mostra per le piazze, e ad ogni momento si aspetta di sentire il rumore d’una scarica che ponga termine alla vita d’un cittadino, o il galoppo d’uno squadrone di polizia che sciaboli senza pietà. Non si domanda che resultato ebbe questa o quella elezione, ma quanti morti si ebbero. Da ogni parte si parla di domicilî che saranno assaltati. Le versioni sono fondate perchè abbiamo visto il popolo indifeso sciabolato per le vie di pieno giorno e assassinare miseramente e vigliaccamente... » È certo che in queste descrizioni, che potrei riportare a sazietà, vi è di quell’esagerazione che è propria di queste riscaldate fantasie ispano-americane; ma non molta. I crimini esistono. Non vi è forse che Buenos Aires dove tali miserie siano meno visibili, perchè si perdono nella vastità e nel cosmopolitismo.

In prossimità dei seggi elettorali si vedono talvolta dei veri bivacchi di questi gauchos armati, accoccolati intorno ai barili della caña e all’arrosto che si va cuocendo all’aria aperta, il tradizionale asado electoral. Questi bravi elettori si aggruppano a seconda dei partiti nei posti prestabiliti di fronte al sagrato della parrocchia—dove si tiene l’elezione—in attesa d’essere chiamati ad esprimere i voti della coscienza del popolo.

L’appello viene fatto partito per partito. Si comincia dal partito governativo, il quale in caso di dubbia riuscita adopera tre sistemi di guerra che si potrebbero chiamare: il pacifico, il semi-pacifico e il bellicoso. Il primo è semplicissimo; si fa l’appello tanto lentamente che giunge l’ora stabilita per la chiusura prima che gli avversarî—che votano dopo—abbiano avuto il tempo di votare.

Il secondo consiste nel sollevare degli incidenti ad ogni voto avversario, domandando la prova della personalità. L’adito è aperto all’arbitrio; si fanno votare dei partitarî due o tre volte, si stabiliscono officine di falsificazioni, si fa di tutto.

Quando ciò non basta per assicurare la vittoria, entrano in campo i remingtons della polizia che circonda le urne e che sta appostata persino sui tetti delle case vicine. È il sistema bellicoso. Nelle recenti elezioni di San Juan, intorno ad un’urna sono caduti sei morti e venti feriti. Questo non ha impedito al vice-governatore di scrivere un rapporto dove diceva: « Le elezioni si sono svolte tranquillamente e in completo ordine in tutti i Comizî; solamente in Pocito...., ecc.! » Oh! una cosa da nulla!