Il sentimento militare nelle nostre nazioni ha preceduto tutti gli altri, persino quello della nazionalità, perchè è nato prima che nascessero le nazioni. Noi siamo stati popoli essenzialmente guerrieri; ci siamo tagliati le nostre patrie a colpi di spada; la guerra è stata la più nobile delle nostre occupazioni—a torto o a ragione, non discuto—; per secoli abbiamo considerato la guerra come l’unica fonte di ogni onore; la nobiltà non poteva nascere che fra lo strepito delle battaglie, e per le battaglie è vissuta fino ad oggi. Portare la spada è stato un privilegio ambìto, e i segni di onorificenza che anche oggi rendono tanto fieri i nostri imbelli soprabiti borghesi non hanno origine che nella guerra. L’esercizio delle armi è stato da noi sempre riconosciuto come fra i più eletti, e l’esercito è divenuto poi oggetto di ogni onore e di ogni amore quando il popolo tutto è stato chiamato a combattere nelle sue file le più sante battaglie; l’esercito è divenuto tutta una cosa, tutta una carne col popolo.
Nell’America no; il sentimento militare è l’ultimo arrivato fra i sentimenti del popolo. Si è formata una società di politicanti, commercianti, industriali, agricoltori, la quale quando ebbe bisogno di un esercito se ne assoldò uno, come si assolda un guardiano, componendolo di tutti coloro che non avevano o non potevano far di meglio. L’on. Belin Sarmiento, deputato federale, nipote del grande statista argentino Sarmiento, in una pubblicazione fatta nel 1892, ci dipingeva i soldati d’allora come « provenienti dallo scolo degli elementi sociali che non trova altra uscita, uomini indegni della vita civile, molti avventurieri, déclassés, indiani incapaci al lavoro e persino criminali ». Si comprende in quale considerazione nell’opinione pubblica doveva esser tenuto questo esercito e in quale disdegno per il militarismo sia cresciuto il popolo argentino. Dio mi guardi dal discutere se questo sia un bene o un male; se la mancanza del fardello delle tradizioni militari—dalle quali pur sgorga quello spirito di disciplina che compagina le forze e le volontà—renda realmente più leggero un popolo sulle vie del progresso. Constato dei fatti e nulla più. I nuovi popoli, anche senza il militarismo, pare che si odiino precisamente come i vecchi.
L’anima collettiva argentina, pronta sempre agli entusiasmi, alla presunta vigilia d’una guerra, inneggia all’esercito; ma nel sentimento individuale le diffidenze, le prevenzioni e la poca simpatia persistono, e ciò forma oggi il maggiore ostacolo alla buona organizzazione della difesa nazionale. Una legge sulla coscrizione militare è ora in vigore, ma i risultati non sono certo soddisfacenti, perchè non è penetrato nello spirito di tutto il popolo—e non lo potrebbe essere—il sentimento del dovere militare, perchè sottrarsi all’obbligo di far parte dell’esercito non è sempre considerato indegno e vergognoso, perchè chi può eludere la legge troppo spesso la elude senza che senta gravarsi intorno il disprezzo del popolo, che potrebbe essere il più potente stimolo al compimento del dovere. La legge è benigna, le autorità sono clementi, la rilassatezza e l’indifferenza generale sanzionano tutto.
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Due altri mali antichi affliggono l’esercito, e sono la politica e la speculazione—i due mali del resto che rodono la Repubblica intera. Per la politica, l’esercito non è risultato uno strumento di difesa nazionale; il nemico esterno è stato perduto di vista nella preoccupazione del nemico interno.
Nella lunga serie delle rivoluzioni l’esercito ha sempre preso parte attiva con i suoi pronunciamientos, dimenticando il suo alto ufficio, e distruggendo a colpi di cannone la sua compagine.
Per la speculazione, l’esercito, divenuto campo di sfruttamento, è costato somme favolose, restando male equipaggiato e male organizzato. Nella citata opera del Belin Sarmiento trovo questo dato ufficiale: il costo del soldato argentino era nel ’92 di 2025 pesos all’anno; le cose non sembrano molto cambiate poichè, non contando la farraggine delle spese straordinarie, il soldato argentino costa oggi sui tremilaottocento franchi all’anno, cifra enorme se si pensa che il soldato europeo costa in media meno di mille lire all’anno. Come mai?
Non è facile immaginare il saccheggio della speculazione nei bilanci della guerra. Partite di cavalli e di muli pagate effettivamente la metà meno dei prezzi che figurano pagati (un fatto simile è stato denunciato il 12 aprile da due giornali), forniture di sellerie e di armi fatte a prezzi disastrosi, somme rilevanti passate in tramitaciones per ottenere contratti di forniture, ecc. A capo dell’amministrazione del Ministero della guerra vi è un « intendente di guerra », impiegato borghese. Ora, non tutti gl’intendenti sono stati di una regolarità scrupolosa; ve ne sono stati di quelli che hanno preso percentuali di discutibile legalità sugli affari di forniture e di altro, senza misteri, ritirandosi dopo due o tre anni con delle vere fortune. (È doveroso dire che il presente intendente di guerra gode fama di uomo onesto; ma certi suoi predecessori!...).
Il giornale El Diario, qualche anno fa, con una serie di articoli—che si è saputo scritti da persona assai addentro in questioni militari—ha rivelato molti mali che bruttano l’esercito argentino. Pare persino che vi siano talvolta dei fornitori imposti « per ordine » ai colonnelli. Un colonnello che si rifiutò ad una tale obbedienza sarebbe stato punito inviando il suo reggimento a soffrire i rigori di cinque mesi d’inverno nelle regioni andine, senza equipaggiamenti e senza vestiario invernale!
L’esercito, come disgraziatamente tante altre istituzioni argentine, è stato considerato una specie di greppia, alla quale con un po’ d’influenza si poteva fare una mangiatina. E a furia d’influenze e di appoggi non è stato difficile a molti persino di ottenere le spalline. A questo si deve in grande parte se l’esercito argentino, composto d’un effettivo di 8691 uomini, ha l’onore d’essere comandato da ventisette generali (senza contare tutti i generali fuori di attività di servizio), da quattrocentoquattordici colonnelli, da duecentoquarantasei maggiori—notate la decrescenza—da centosettanta capitani, quattrocentocinquantasei tenenti e duecentosessantuno sottotenenti. Totale 1575 ufficiali in attività, fra i quali i colonnelli sono due volte e mezza più numerosi dei capitani, ed i sottotenenti quasi eguali in numero ai maggiori. Ciò significa un ufficiale per ogni cinque soldati... e mezzo.