La tendenza purtroppo naturale a sfruttare il lavoro straniero, trova facile incitamento nelle ristrettezze finanziarie. In certi casi è stata negata agli operai la mercede pattuita, dopo lunghi mesi di pesante lavoro compiuto nelle estancias, sui campi, in qualche fabbrica di zucchero; e intanto quegl’infelici vivono di fame! Conosco varî di questi casi interessanti concernenti più di cinquecento operai; e dovrò tornare a parlarne diffusamente.
La Patria degli Italiani, giornale certo non sospetto d’idee sovversive, e nemmeno d’animosità contro il Governo argentino, scriveva il 12 aprile: « Noi riceviamo quasi ogni giorno dei lagni e dei reclami da parte di nostri umili compatriotti, che ci denunciano le ingiustizie di cui sono vittime, le frodi che si compiono in loro danno da persone che calpestano le leggi, francheggiati dall’impunità loro garantita da autorità dimentiche dei loro doveri e destituite di senso morale. Noi vediamo non solo svolgersi un sistema di sfruttamento iniquo, ma violarsi altresì le leggi che dovrebbero garantire le mercedi. Così si commettono le più nere ingiustizie, così si ruba di bocca il pane a chi suda per guadagnarselo, così si perpetua uno sfruttamento infame delle classi lavoratrici. Noi non siamo disposti a renderci complici con un silenzio compiacente, il silenzio della stampa argentina più autorevole, di questo stato di cose, che è una ignominia per la Repubblica e che nessuna onesta penna deve tollerare. »
Ora nelle campagne migliaia di peones—braccianti—lavorano per la sola comida—il cibo—e che comida! In alcune colonie i contadini mancano di pane: a Sunchales, per esempio, ed a Sant’Agostino. Un corrispondente scriveva da San Luis alla Patria nel febbraio: « Se sono vere le notizie che arrivano, non solo i bestiami sarebbero morti per fame in questi dintorni—il che era noto—ma anche persone. Si ebbero casi di famiglie perite di miseria. » Se la notizia non era esatta era però, come si vede, tale da trovar credito, e fra le genti del luogo e a Buenos Aires, e sulle colonne dei giornali. Dalla stessa località arriva questa notizia: « la moneta ha completamente emigrato, e perciò il commercio funziona col sistema del cambio delle merci! » È un passo indietro verso le forme primordiali della civiltà.
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Tutto questo ci mostra quali sono le maggiori vittime del contraccolpo della crisi generale. Possiamo quasi dire che se tutto il male è argentino, gran parte del dolore che esso provoca è italiano. Le masse degli umili, dei poveri—che sono disgraziatamente le masse dei nostri emigranti—pagano di borsa e di persona le spese di tanti errori.
E quale rimedio si escogita? Quello di fomentare nuova immigrazione! È come se per salvare una nave in pericolo si tentasse d’aumentare il numero degli imbarcati! La nave argentina è buona ed ha in sè la forza di salvarsi; ma è necessario che dal ponte di comando si veda la rotta, che si sondi il pericolo, si fugga dai paraggi torbidi e tempestosi. Il mare libero è là, infinito, luminoso, splendido, che invita a correrlo verso i lontani lidi d’una migliore civiltà, ai quali gli altri Stati volgono la prora in una gara sublime. Su via, una forte mano al timone, e si viri di bordo!
ANDANDO ALL’ESTANCIA.
[Dal Corriere della Sera del 22 giugno 1902.]