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I governanti argentini vedono le cose semplicemente: la produzione risulta insufficiente di fronte alle spese? Aumentiamo dunque la produzione. E come? Con nuova immigrazione. Così si assiste al curioso spettacolo del Governo argentino che chiede emigranti persino al Transvaal, mentre più di duecentomila operai nella Repubblica stessa domandano inutilmente lavoro.

Bisogna guarire prima! Le trasfusioni di nuovo sangue rendono forti i deboli ma non sanano i malati! Si faccia una diagnosi accurata della Repubblica Argentina.

I suoi debiti con lo straniero, debiti molteplici e complicati, si aggirano intorno a quattrocento milioni di pesos oro, ossia due miliardi di franchi; e con questo l’Argentina non è padrona delle sue ferrovie che per una parte insignificante. Vi sono poi i debiti interni dello Stato, e i debiti delle singole provincie, i debiti dei Municipî, che formano un cumulo enorme di passività. Il pagamento degli interessi per i prestiti all’estero, più il pagamento dei dividendi dei capitali stranieri impiegati nel paese, rappresenta un impoverimento che il superavit attivo formato dalla esportazione sull’importazione—circa cinquanta milioni di pesos oro all’anno—non basta a compensare. Poi vi sono le spese ordinarie, enormi, sproporzionate, dato il carattere dell’amministrazione argentina; e vi sono le spese straordinarie; e gli armamenti. L’economia nazionale è caduta in uno stato d’acuta anemia. La produzione non ha trovato più i suoi compensi: i suoi sforzi poderosi sono fiaccati. Il peso delle imposte è divenuto troppo grave; e meno le imposte rendevano per l’impoverimento progressivo, e più sono state ampliate per la necessità dei bilanci. « L’imposta interna è esorbitante—scriveva l’8 di febbraio la Prensa, il più grande giornale argentino—e vi sono regioni da essa rovinate; la massa della popolazione la sente come un carico insopportabile, sempre più pesante ». Un sistema di protezionismo feroce ha colpito il commercio, che in nessun posto ha tanto bisogno della libertà massima quanto nei paesi in via di sviluppo. Scemati gl’introiti doganali si è aggiunto una percentuale alle tariffe: si sono create delle tasse d’esportazione. I rimedî sono peggiori del male; si fa dell’empirismo finanziario, il quale non impedisce che le entrate non corrispondano più esattamente alle previsioni. L’impoverimento ha un termometro quasi sicuro nel cambio dell’oro che è salito sopra al 240. Le produzioni sono colpite, il lavoro deprezzato. « Gli uomini i più intraprendenti e animosi non trovano un campo dove applicare le loro iniziative; parrebbe che l’Argentina vigorosa e piena d’energia sia stata trasformata in un paese estenuato, esaurito, avente appena tanta vita da fornire lo scarso pane quotidiano. » (Prensa).

La crisi si allarga, invade tutto. « Chi non sente il disastro? Non v’è un solo fenomeno della multipla attività nazionale che non attesti la crisi. Nelle campagne come nelle città, nelle imprese agricole come nelle officine, nell’ufficio dei grandi negozianti, come nello spaccio del venditore, nella casa della famiglia benestante come nelle abitazioni dell’operaio, si sente lo stesso malessere, si parla con paura e con angustia delle penose difficoltà che vi sono per provvedere alle prime necessità della vita »—scriveva lo stesso giornale, che cito a preferenza, oltre che, per la sua importanza anche perchè è stato quello che più mi ha gridato la croce addosso per le mie prime lettere argentine. Si giunge al punto che mancano i fondi per pagare i piccoli stipendî. « Per la prima volta da venticinque anni »—scriveva El Pais, noto giornale portavoce del finanziere senatore Pellegrini—« si arriva al primo del mese senza che la tesoreria abbia i fondi necessarî per pagare gli stipendî dell’amministrazione. »

A Buenos Aires i pensionati delle amministrazioni restano otto mesi senza ricevere un soldo. Il Governo non paga talvolta nemmeno gli operai, che pure non hanno altre risorse fuori del loro lavoro. Vediamo gli operai del porto di Riachuelo—tutti italiani—rifiutarsi al lavoro perchè da due mesi non sono pagati. Lo sciopero ha per effetto il licenziamento immediato di molti, ma non certo l’immediato pagamento. Nello scorso mese di maggio centocinquanta italiani che lavoravano alla costruzione di caserme a Mendoza si sono posti in sciopero, perchè dal primo di gennaio non avevano ricevuto un centavo di paga, e vivevano di piccoli debiti caritatevoli fatti presso dei fornitori, trascinando una esistenza di miserie indescrivibili. Dopo alcuni giorni di trattative hanno ricevuto tre mesi di paga e sono stati licenziati tutti. Il direttore dei lavori, un tenente, gridò ai soldati di cacciarli sulla via, e se resistevano di prenderli a bastonate—a garrotazos. Durante gli arrolamenti per la marina, fatti nel tempo delle ultime difficoltà diplomatiche col Cile, vennero contrattati qualche centinaio di macchinisti e fuochisti per la squadra, in massima parte italiani. Cessato il pericolo d’un conflitto, le navi passarono in disarmo e gli arrolati vennero sbarcati e congedati, ma senza pagare loro la mercede stabilita; una lettera sulla Patria degli Italiani del 30 marzo fa sapere che in quel giorno ancora non erano stati soddisfatti quegli impegni.

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E se questo fa il Governo centrale, figuratevi quello che fanno i governi provinciali. Nel febbraio passato il Governo della Plata doveva più di tre milioni di lire di stipendî arretrati; e s’intende di piccoli stipendî dovuti a stranieri, oppure a impiegatucci che per la loro situazione non hanno peso nell’organismo elettorale—come, per esempio, i maestri. I grossi stipendî corrono sempre, cascasse il mondo. E per parlare di maestri soltanto ecco qualche dato: i maestri di Salta debbono avere più di un anno di stipendio; quelli di Chacabuco, quattro mesi; quelli di San Juan, quattordici; quelli di Entre Rios, nove. A Paranà si è festeggiato un centenario; il corpo insegnante, invitato alle cerimonie, ha rifiutato per non avere vestiti.

I Municipî stanno peggio dei Governi. Il Municipio di Buenos Aires, in stato di semi-fallimento, e posto perciò sotto una specie d’ufficio di tutela, è divenuto quasi insolvibile per la massa dei suoi fornitori—quasi tutti stranieri—molti de’ quali, visti i loro contratti violati, hanno inviato alla Intendenza di finanza una protesta, che è una vera requisitoria contro l’amministrazione. Gli spazzini municipali e tutti gli altri operai giornalieri, quasi tutti italiani, debbono avere quattro mesi di paga! Essi hanno inviato alla Patria degli Italiani una lettera che commuove tanto vi traspare l’orrore della loro situazione.

Da questi dati s’indovina il resto. Alle disastrose condizioni delle amministrazioni pubbliche fanno riscontro quelle delle amministrazioni private. I fallimenti si seguono continuamente; cadono dei colossi. Nella città di Mendoza, che aveva fama di essere fra le più prospere della Repubblica, in sessanta giorni hanno chiuso gli sportelli quattro Banche. Le lettere di credito subiscono uno sconto dal 25 al 40%. Tutti i commerci e tutte le produzioni sono più o meno in crisi; in Entre Rios, a Cordoba, a Santa Fè c’è la crisi agraria, a Mendoza e a San Juan la crisi dei vini, a Tucuman la crisi degli zuccheri. I suicidî aumentano; « il fatto caratterizza la crisi tremenda che attraversa la Repubblica »—ha scritto la Patria.