La responsabilità degli uomini che reggono i destini di quel paese appare più grave ai nostri occhi se si paragona ciò che è l’Argentina oggi a ciò che potrebbe essere; se la tristissima e squallida miseria alla quale centinaia di migliaia di stranieri sono condannati, si pone a confronto delle prosperità che quella terra avrebbe potuto dar loro, in meritato compenso dei sudori e delle virtù che vi hanno prodigato.
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La prima ricchezza dell’Argentina è la vastità. L’Italia potrebbe esservi contenuta dieci volte; la Germania sei. Dalle regioni tropicali del Gran Chaco e di Missiones si svolge fino alle nevi eterne dello stretto di Magellano ed ai fiords ghiacciati della Terra del Fuoco; quasi tutti i prodotti della terra potrebbero esservi coltivati. Essa offre tutti i climi e tutte le altitudini. Le sterminate pianure delle Pampas, quell’oceano di terra, potrebbero offrire il grano per mezzo mondo. Gl’immensi fiumi Uruguay e Paranà, il Rio Colorado, e più giù nella Patagonia il Rio Chubut, il Rio Senger, il Rio Deseado potrebbero alimentare l’irrigazione di territorî sconfinati, e servire di via ad un immenso traffico fluviale che colerebbe nei porti marini per ripartirsi sulla terra. Nei boschi impenetrati del nord, quasi fuori del dominio umano, si celano i legni preziosi, il cautciù, la china, e nei boschi della estrema Patagonia e della Terra del Fuoco crescono gli abeti colossali e i pini che potrebbero essere la grande riserva dei legnami da costruzione del mondo. È vero che a dieci leghe da una ferrovia o da un imbarco il valore dei prodotti è assorbito dal trasporto; ma è anche vero che pochi paesi come l’Argentina si prestano a gettarvi attraverso delle strade ferrate, rapidamente e a buon mercato. Infine sulle pianure argentine pascolano ventidue milioni di buoi, quattro milioni e mezzo di cavalli, settantaquattro milioni di pecore. Pensate quale eldorado potrebbe essere questo infelice paese, dal quale tanti emigrati fuggono!
Quelle cifre hanno pur sempre un grande fascino per chi le considera astrattamente senza tener conto di tutte le circostanze che abbiamo esposto. Di quelle cifre si parla all’estero, e non si parla del resto. Il quadro descrittivo dell’Argentina è sintetizzato così: due milioni e mezzo di chilometri quadrati, dei quali ottocentomila coltivabili, cento milioni di animali da pascolo e meno di cinque milioni d’uomini; è una ricchezza senza riscontri nel mondo. Tutto il resto appare transitorio; i popoli si modificano, i cattivi governi passano, gli uomini muoiono, e la terra resta con i suoi tesori inesauribili. L’avvenire dell’Argentina è fulgido e sicuro! Correte a prendere i primi posti o folle di emigranti! perchè indugiate? correte presto; e che importa se voi e anche i vostri figli morrete soffrendo prima che si alzi il sipario! Pensate alle future civiltà neo-latine, e correte....
È bello fantasiare sul futuro, ma noi non possiamo uscir fuori della vita attuale per mirarne la storia attraverso la seducente prospettiva dei secoli. Non possiamo fissare unicamente, impassibili, i lontani successi d’una guerra senza vedere nè voler vedere la infinita schiera dei caduti, senza sentirci chiamati dal disperato appello dei loro gridi, senza sentirci trascinati a lenire le loro sofferenze, sopra tutto quando si tratta di nostri fratelli, e la guerra è per altri paesi: e specialmente poi quando riconosciamo che le vittime cadono non per la fatalità ineluttabile, ma per le inettitudini e le colpe di altri!
Nell’Argentina bastavano i caduti nella conquista della terra selvaggia, nella tenace lotta contro la natura che difende strenuamente i suoi possessi incontaminati. I nostri lavoratori hanno forte il cuore come forti le braccia; essi accettano con l’animo lieto di speranza quella lotta pericolosa la quale porge poi bene spesso il conforto e il compenso del trionfo.
Ma tutti gli altri caduti? Tutti coloro che dopo anni ed anni di tenace lavoro debbono abbandonare la terra da essi vinta alla Pampa, flagellati dalla miseria che ha tolto loro persino gli attrezzi del lavoro, che li ha sorpresi deboli e sfiniti, sfruttati e spremuti, alla prima avversità? Vedremo il seguito come da Entre Rios, da Cordoba, da Santa Fè, da ogni parte giungano le notizie della nera miseria di quegli infelici, che sono oggi più poveri di quando giunsero laggiù perchè non posseggono più il fatato tesoro della speranza.
Più volte nelle campagne ho incontrato piccole carovane d’emigranti, col volto logorato dalla sofferenza, curvi sotto il fardello dei cenci, e percorrenti così intere regioni per centinaia di chilometri in cerca di lavoro, domandando ricovero nelle capanne, arrestati spesso dalla sfinitezza, sferzati sempre dalla fame! Parlando particolarmente dell’emigrazione dovrò disgraziatamente intrattenere l’amico lettore su questi fatti, che sono mostruosi in un paese dove pascolano cento milioni di animali.
Cinquecento italiani disoccupati a Bahia Blanca hanno pubblicato un manifesto che dice: « Ci troviamo senza pane nella più squallida miseria. Molti di noi da due giorni non mangiano; le nostre mogli e i nostri figli hanno fame. Noi non chiediamo che della terra da lavorare!... ». Non è inesplicabile questo nel paese che ha quasi un milione di chilometri quadrati di terra che aspettano il lavoro?
Il numero dei disoccupati che veniva calcolato a centoquarantamila tre mesi or sono, ora si ritiene aumentato di un buon terzo a causa dell’inverno australe che porta anche in tempi normali un rallentamento in molti lavori. A Buenos Aires oggi i disoccupati sarebbero ottantacinquemila, secondo notizie degne di fede. A tanto è ridotta quella terra promessa, da tutti quei mali che conosciamo. L’immensa piovra della politica oligarchica la tiene sotto le spire dei suoi tentacoli, e le assorbe il sangue della ricchezza. L’Argentina ha dissipato molto più di quanto ha prodotto, fino a stremare alcune fonti della sua stessa prosperità, a indebolire la sua attività produttrice. Perchè in fondo le ricchezze del suolo argentino, che sono immense, fanno pensare ad un tesoro chiuso in una cassa forte della quale non si è buoni a girare la chiave. Il tesoro c’è, ma non si può contare certo su di esso per un immediato sollievo. È inutile che l’Argentina sia sconfinata e varia; il ricco deserto oggi non conta che come un insieme di nomi e di segni geografici; l’Argentina vera sulla quale pesa tutta la miseria del presente è relativamente piccola, e non sorpassa i confini della parte sfruttata. Questa parte sopporta tutti i mali; e poniamoci bene in mente che ogni espansione rappresenta uno sforzo che il paese non potrà mai fare finchè non si sarà sollevato dalla prostrazione che lo accascia. È il problema del presente che s’impone dunque; esso si deve studiare fin dalle sue origini, e lasciamo le splendide fantasticherie dell’avvenire all’avvenire!